Celebro me stesso,
E ciò che immagino tu immaginerai,
Perché ogni atomo che appartiene a me appartiene davvero anche a te.
Io fantastico e invito l’anima mia,
Mi adagio e fantastico a mio piacimento, soffermandomi su un filo
d’erba estivo.
Le case e le stanze sono piene di profumi – le mensole sono colme di
profumi
Io stesso ne respiro la fragranza, la riconosco e mi piace,
L’essenza potrebbe anche intossicarmi, ma io non lo permetterò.
L’atmosfera non è un profumo, non ha il sapore dell’essenza, non ha
nessun odore.
Sarà di mio gusto per sempre, ne sono innamorato,
Andrò sulla riva lungo il bosco, senza più nascondermi e nudo,
Mi piace alla follia che entri in contatto con me.
Il vapore del mio alito,
Gli echi, increspature, sussurri brulicanti, radice d’amore, filo di seta,
innesti, vitigni,
La mia respirazione e inspirazione, il battito del mio cuore, il
passaggio del sangue e dell’aria attraverso i polmoni,
Inalare foglie verdi e foglie secche, e la spiaggia e le rocce marine dal
colore scuro, e il fieno nei fienili,
Il suono delle parole eruttate dalla mia voce, parole che si liberano al
turbinio del vento,
Alcuni baci leggeri, alcuni abbracci, braccia che si cingono,
Il gioco della luce e dell’ombra sugli alberi all’agitarsi dei rami flessibili,
La gioia in solitudine, o nell’affollamento delle strade, o lungo i
campi o sui pendii dei colli,
Il senso di benessere, il tocco a mezzodì, il canto di me che mi alzo
dal letto e vado incontro al sole.
Hai pensato che un migliaio di acri fossero molti? hai pensato che la
terra fosse gran cosa?
Ti sei esercitato tanto per imparare a leggere?
Ti sei sentito tanto orgoglioso di cogliere il senso della poesia?
Fermati con me questo giorno e questa notte e possiederai l’origine di
ogni poesia,
Possiederai il buono della terra e del sole – ci sono ancora milioni di
soli,
Non prenderai più le cose di seconda o terza mano, né guarderai
attraverso gli occhi dei morti, né ti nutrirai di spettri nei libri,
Non guarderai nemmeno attraverso i miei occhi, né prenderai da me,
Ascolterai ogni cosa e la filtrerai per tuo conto.
Ho udito, le parole dei conferenzieri, le parole sull’origine e la fine,
Ma io non parlo di origine o di fine.
Non c’è mai stato più inizio di quanto ce ne sia ora,
Né più giovinezza o vecchiaia di quanta ce ne sia ora,
E non ci sarà mai più perfezione di quanta ce ne sia ora,
Né più paradiso o inferno di quanto ce ne sia ora.
Sprona, e sprona, e sprona,
Sempre la procreante spinta del mondo.
Fuori dall’oscurità, avanzano gli uguali su lati opposti – sempre
sostanza e aumento, sempre sesso,
Sempre un intreccio di identità, sempre distinguere, sempre una
generazione di vita.
Elaborare è inutile – colti e incolti sanno che è così.
Certi al massimo grado di certezza, perfettamente a piombo, ben
centrati, con le travi rinforzate,
Forti come cavalli, affettuosi, fieri, elettrici,
Io e questo mistero qui stiamo.
Chiara e dolce è l’anima mia, e chiaro e dolce è tutto ciò che non è
l’anima mia.
Se manca una mancano entrambi, e il non visto è provato dal visto,
Fino a che questo diventa invisibile, e viene a sua volta provato.
Mostrando la cosa migliore e separandola dalla peggiore, ogni età
sfida l’altra,
Conoscendo la forma perfetta e l’equilibrio delle cose, mentre quelle
discutono io taccio, mi bagno nell’acqua e ammiro me stesso.
Bene accolto è ogni organo e attributo mio, e di ogni uomo generoso
e pulito,
Nessuna parte o frammento di parte è indegna, e nessuna sarà meno
familiare del resto.
Sono soddisfatto – vedo, danzo, rido, canto;
Se chi mi ama abbracciandomi nel mio letto dorme al mio fianco per
tutta la notte, e si ritira quando si affaccia il giorno,
E lascia per me ceste coperte di bianchi teli, che riempiono la casa
con la loro abbondanza,
Dovrò posporre la mia accoglienza e la mia scoperta e urlare ai miei
occhi
Che smettano di fissare la strada
E mi mostrino le cifre al centesimo,
Il contenuto esatto di uno, di due e di chi valga di più?
Passanti mi interrogano e mi circondano,
La gente che incontro – l’effetto che hanno su di me i primi anni della
mia vita, il quartiere, la città in cui vivo e la nazione,
Le ultime notizie, scoperte, invenzioni, società, autori vecchi e nuovi,
La mia cena, abiti, conoscenti, la moda, il lavoro, i complimenti, i
doveri,
L’indifferenza reale o presunta di qualche uomo o donna che amo,
La malattia di uno dei miei, o di me stesso, o la malvagità, perdita o
mancanza di denaro, depressioni o euforie,
Mi raggiungono di notte e di giorno, e se ne vanno di nuovo,
Ma non sono il mio vero Io.
Separato da ciò che tira e trascina sta ciò che io sono,
E sta divertito, compiaciuto, compassionevole, pigro, unitario,
Guarda verso il basso, sta eretto, piega un braccio in un fermo
impalpabile gesto di riposo,
China curioso la testa da un lato, per vedere ciò che accadrà in seguito,
Sia dentro che fuori del gioco, guardando con attenzione e
meraviglia.
Guardando indietro vedo i miei sudati giorni quando mi affannavo
nella nebbia tra linguisti e avversari,
Non ho argomenti o battute – do testimonianza e aspetto.
Credo in te anima mia – l’altro che io sono non deve umiliarsi davanti
a te,
E tu non devi umiliarti davanti all’altro.
Indugia con me sull’erba, sciogli il nodo che ti serra la gola,
Né parole, né musica, né rima io voglio – né consuetudini o discorsi,
nemmeno i migliori,
Solo l’incanto, il mormorio della tua voce modulata.
Ricordo come giacemmo a giugno, in quel trasparente mattino d’estate,
Mi ponesti la testa tra i fianchi e, delicatamente ti voltasti verso di
me,
E mi apristi la camicia sul petto, e affondasti la tua lingua nel mio
cuore aperto,
E cercasti fino a sentire la mia barba, cercasti fino a toccarmi i piedi.
Subito è sorta e si è diffusa intorno a me la pace e la gioia e la
consapevolezza che superano ogni arte e argomento terreno,
E so che la mano di Dio è la promessa della mia,
E so che lo spirito di Dio è fratello del mio,
E che ogni uomo nato su questa terra è anche mio fratello, e che ogni
donna mi è sorella e amante,
E che la chiglia della creazione è amore,
E che infinite sono le foglie, secche o che marciscono nei campi,
E le scure formiche nelle piccole cavità sotto di loro,
E le croste muschiose dei recinti, dei mucchi di pietre, sambuco,
verbasco, e morella.
Un bambino disse, Che cos’è l’erba?, portandomene a piene mani;
Che cosa potevo rispondere al bambino? No so che cosa sia più di
quanto ne sappia lui.
Immagino che sia la bandiera del mio temperamento, tessuta di stoffa
verde speranza.
O immagino che sia il fazzoletto del Signore,
Un dono profumato e un ricordo, lasciato cadere a bella posta,
E che porta il nome del proprietario da qualche parte in un angolo,
in modo che possiamo vederlo, notarlo e dire di Chi è?
O immagino che l’erba sia essa stessa un bambino, il bimbo frutto
della vegetazione.
O immagino che sia un geroglifico uniforme,
Che ha significato, Che germoglia in luoghi spaziosi e stretti,
Che cresce tra i neri e tra i bianchi,
Kanuck, Tuckahoe, deputato, uomo comune, li considero allo stesso
modo, tutti li accolgo allo stesso modo.
E ora la vedo come i meravigliosi, incolti capelli delle tombe.
Con tenerezza ti tratterò erba ricciuta,
Forse trasudi dal petto di giovani uomini,
Forse se li avessi conosciuti li avrei amati, loro,
Forse provieni da vecchi, da donne, e da creature appena tolte dal
grembo materno,
E qui sei tu il grembo materno.
Questa erba è troppo scura per provenire dalle teste bianche di
vecchie madri,
Più scura delle barbe incolori di uomini vecchi,
Scura per spuntare da sotto il palato rosso pallido delle bocche.
Oh, avverto infine tante lingue vocianti!
E mi accorgo che non provengono dal palato delle bocche invano.
Vorrei saper tradurre i loro accenni ai giovani morti, uomini e donne,
E gli accenni a vecchi e madri, e a figli tratti troppo presto dal loro
grembo.
Che pensi sia successo a giovani e vecchi?
E che pensi sia successo a donne e bambini?
Sono vivi e stanno bene da qualche parte,
Il più piccolo germoglio mostra che in realtà non esiste la morte,
E se mai è esistita, portava alla vita, e non aspetta la fine per arrestarla,
Ed è cessata nel momento in cui è apparsa la vita.
Tutto va avanti e viene fuori – niente si distrugge,
E morire è diverso da ciò che s’immagina, ed evento più fausto.
Qualcuno ha mai pensato alla fortuna di essere nato?
Mi affretto a informarli, uomo o donna che siano, che è evento
altrettanto fausto morire, e io lo so.
Faccio esperienza di morte con chi sta morendo, e di nascita con il
bambino appena lavato, e non sto tutto tra il cappello e gli
stivali,
E mi servo di svariati oggetti, non due uguali tra loro, e tutti
ugualmente buoni,
La terra è buona, e le stelle sono buone, e i loro corpi aggiunti
ugualmente buoni.
Non sono una terra né un corpo aggiunto della terra,
Sono l’amico e il compagno della gente, proprio tutta, immortale e
incomprensibile come sono io;
Non sanno quanto sono immortali, ma io lo so.
Ogni genere per sé e per i suoi – per me il mio, maschio e femmina,
Per me quelli che sono stati ragazzi e che amano le donne,
Per me l’uomo che è orgoglioso, e sa quanto fa male venire offeso,
Per me la giovane innamorata e la zitella – per me le madri e le madri
delle madri,
Per me le labbra che hanno sorriso, gli occhi che hanno versato lacrime
Per me i figli e chi genera figli.
Perché aver paura di confondersi nell’altro?
Togliti il velo! Per me non sei colpevole, né vecchio, né superato,
Io lo vedo attraverso il panno e il cotone, se lo sei o no,
E mi aggiro, tenace, avido, instancabile, e non puoi liberarti di me.
Il piccolo dorme nella culla,
Sollevo la zanzariera e guardo a lungo, e in silenzio allontano le
mosche con la mano.
Il giovanotto e la ragazza dalle guance accaldate si defilano su per la
collina tra i cespugli,
Io aguzzo lo sguardo dall’alto.
Il suicida è steso riverso sul pavimento insanguinato della stanza da
letto,
È così – posso dirlo guardando il corpo – lì era caduta la pistola.
Il cicaleccio della strada, le ruote dei carri, il fango delle suole degli
stivali, le chiacchiere di chi passeggia,
Il pesante omnibus, il conducente con il pollice a punto interrogativo,
il rumore metallico dei cavalli ferrati sul pavimento di granito,
Le slitte, gli scherzi urlati tra i tintinnii, una pioggia di palle di neve,
Gli urrà per i beniamini del momento, la furia della folla in tumulto,
Lo sbattere delle tende sulla lettiga, all’interno l’uomo malato, con
dotto in ospedale,
I rivali uno di fronte all’altro, l’improvvisa bestemmia, le esplosioni e
la caduta,
La folla eccitata, il poliziotto col distintivo, che veloce si fa strada al
centro della folla,
Le pietre impassibili che ricevono e rimandano così tante eco,
Le anime che si fanno avanti – sono davvero invisibili mentre la più
piccola pietra è visibile?
Che gemiti di chi troppo pieno o mezzo affamato cade colpito dal
sole, o in preda alle convulsioni,
Che esclamazioni di donne colte all’improvviso da doglie, che
corrono a casa e danno alla luce bambini,
Che discorso vivace e sepolto è qui sempre comunque vibrante,
quante grida trattenute per decoro,
Arresti di criminali, offese, adultere profferte fatte, accettate, respinte
con labbra convesse,
Mi interessano per quel che sono o per le conseguenze che hanno – io
arrivo e vado via.
Le grandi porte del fienile sono aperte e pronte,
L’erba secca del tempo del raccolto ricolma il carro tirato lentamente,
La luce chiara gioca su marrone grigio e verde mescolati insieme,
Le bracciate si ammassano sulla bica traboccante;
Io sono lì – ad aiutare – allungato fin sulla cima del carico,
Sentivo i leggeri sobbalzi, una gamba distesa sull’altra;
Salto giù dalle travi incrociate e afferro il trifoglio, il foraggio,
Con gusto mi ci rotolo dentro, i capelli arruffati di paglia.
Solo, nei boschi lontani dei monti, vado a caccia,
Vagando stupito di quanto mi senta leggero e felice,
E sopraggiunta la sera cerco un luogo sicuro per passare la notte,
Accendendo un fuoco per arrostire la selvaggina appena uccisa,
Mi addormento pesantemente su un cuscino di foglie, con il cane e il
fucile al mio fianco.
Il clipper yankee sta con le sue tre vele al vento, fendendo gli spruzzi
con l’abbrivio,
I miei occhi avvistano la terra ferma – mi piego sulla prua o grido di
gioia dal ponte.
I marinai e i pescatori di telline si sono alzati presto e sono venuti a
chiamarmi,
Ho infilato i pantaloni negli stivali, sono andato e mi sono divertito;
Saresti dovuto restare con noi quel giorno intorno alla pentola della
zuppa di pesce.
Ho visto il matrimonio del cacciatore all’aria aperta nel far west – la
moglie una ragazza pellerossa,
Il padre e i suoi amici le sedevano accanto, a gambe incrociate
fumando silenziosi – avevano mocassini ai piedi e ampie
coperte spesse che scendevano dalle spalle,
Su un dosso indugiava il cacciatore, vestito per lo più di pelli, la folta
barba e i ricci gli coprivano il collo,
Una mano poggiava sul fucile, l’altra stringeva il polso della ragazza
pellerossa,
Che aveva lunghe ciglia, la testa scoperta e ciocche incolte che
scendevano lungo gli arti voluttuosi e le arrivavano ai piedi.
Lo schiavo fuggiasco è venuto a casa mia e si è fermato là fuori,
Ho udito i suoi movimenti che facevano scricchiolare i ramoscelli della
catasta di legna,
Attraverso la mezza porta oscillante in cucina l’ho visto debole e
zoppicante,
E sono andato lì dove sedeva su un ceppo, l’ho guidato e l’ho
rassicurato,
E gli ho portato l’acqua, ho riempito una tinozza per quel corpo
sudato e per i piedi piagati
E gli ho dato una stanza da cui si accedeva alla mia, e dei ruvidi panni
puliti,
E ricordo perfettamente come roteava gli occhi e il suo imbarazzo
E ricordo di avergli messo un impiastro sulle piaghe del collo e delle
caviglie;
È rimasto con me una settimana prima di riprendersi e proseguire
verso nord,
Lo facevo sedere a tavola vicino a me – il mio moschetto pendeva in
un angolo.
Ventotto giovani uomini si bagnano vicino alla spiaggia,
Ventotto giovani uomini, e tutti così cordiali,
Ventotto anni di vita femminile e tutti così solitari.
La donna che possiede la bella casa sulla scogliera, si nasconde,
bellissima e riccamente vestita, dietro le persiane della finestra.
Quale giovane le piace di più?
Ah, il meno bello è bellissimo per lei.
A cosa miri, signora mia? Perché ti vedo, sai,
Tu sguazzi là nell’acqua, eppure stai ferma ancora nella tua stanza.
Danzando e ridendo lungo la spiaggia avanzava la ventinovesima
bagnante,
Gli altri non la vedevano, ma lei li vide e li amò.
Le barbe dei giovani rilucevano madide, pioveva dai loro lunghi capelli,
Rivoletti scivolavano sui loro corpi.
Anche una mano non vista scivolò sui loro corpi,
E scese tremante dalle tempie lungo i fianchi.
I giovani galleggiano sul dorso, e i loro bianchi ventri si gonfiano al
sole, non si chiedono chi li rincorre,
Non sanno chi prende una boccata e rallenta inclinando il corpo
sospeso ad arco,
Non pensano a chi investono con i loro spruzzi.
Il ragazzo del macellaio mette via i suoi abiti-assassini, o affila il
coltello al banco del mercato,
Io mi attardo e mi godo le sue risposte pronte e il suo passo di danza.
Fabbri dai petti anneriti e villosi girano intorno all’incudine,
Ognuno di loro ha il suo grande mallo – sono tutti fuori – il fuoco è
incandescente.
Dalla soglia coperta di cenere seguo i loro movimenti,
La pura agilità delle loro cintole s’accorda perfino con le braccia
massicce,
Roteando calano i martelli, così lentamente, cadono così sicuri,
Non hanno fretta, ognuno colpisce al posto suo.
Il negro regge forte le redini dei suoi quattro cavalli, il perno
sottostante oscilla sulla catena tirata,
Il negro che guida il lungo traino dalla cava di pietra, saldo e
imponente sta in equilibrio su una gamba poggiata alla
sbarra,
La camicia azzurra mostra il collo e il largo petto, e si allenta sui fianchi
Lo sguardo è calmo e imperioso, alza la falda del cappello dalla fronte,
Il sole cade sui capelli crespi e sui baffi, cade sul nero di arti levigati e/p>
perfetti.
Io guardo il gigante pittoresco e lo amo, e non mi fermo lì,
Vado anch’io con il tiro.
In me colui che accarezza la vita ovunque si muova, in dietro come
anche in avanti
Verso nicchie laterali e inchinandosi al più piccolo.
Buoi che scuotete il giogo o vi fermate all’ombra! che cosa
esprimono i vostri occhi?
Assai più, mi sembra, di quanto abbia letto sulla carta stampata in
vita mia.
Il mio passo spaventa l’anatra sposa e il suo maschio, durante il mio
quotidiano vagare lontano,
Si alzano insieme, lentamente girano intorno;
Io credo in questi propositi alati;
E riconosco rosso, giallo, bianco, che giocano in me,
E penso che verde e viola, e la piumata corona siano intenzionali,
E non considero la tartaruga indegna perché non è qualcos’altro,
E il mimo nella palude non ha mai studiato solfeggio, eppure
cinguetta davvero bene, per me,
Sotto lo sguardo della cavalla baia ogni sciocco pensiero per la
vergogna, si allontana da me.
Il maschio dell’oca selvatica guida il suo stormo dentro la fredda sera,
Ya-honk!, dice, e suona per me come un invito;
L’impertinente forse non voleva dire nulla, ma io ascolto più da presso,
Ne colgo il senso e lo offro lassù verso il cielo di novembre.
Il nordico alce dallo zoccolo affilato, il gatto sulla soglia di casa, la
cinciallegra, il cane della prateria,
I maialini che fanno grugnire la scrofa attaccati con forza ai suoi
capezzoli,
La covata della tacchina chioccia, e lei con le ali spiegate a metà,
Vedo in loro e in me la stessa legge antica.
L’impronta del mio piede per terra sprigiona centinaia di affetti,
Che si fanno beffe di ogni mio sforzo di riferirli.
Sono innamorato degli spazi aperti in estensione,
Di uomini che vivono tra le mandrie, o che hanno il sapore di oceani
e boschi,
Di chi costruisce navi e le governa, e maneggia asce e mazze, o guida
i cavalli,
Io posso mangiare e dormire con loro per intere settimane.
Il più comune, più economico, più vicino, più facile sono Io,
Io che corro i miei rischi, che spendo in attesa di grandi risultati,
Che mi adorno per concedermi al primo che mi prenderà,
Senza chiedere al cielo di accondiscendere a ogni mio volere,
Che spargo sempre, continuamente.
Il puro contralto canta nel palco dell’organo,
Il falegname prepara la sua tavola, la lingua della pialla fischia il suo
assordante crescente suono bleso,
I figli sposati o non sposati tornano a casa per il pranzo del giorno del
ringraziamento,
Il pilota afferra la leva, manovra con braccio possente,
Il secondo sta saldo sulla baleniera, la lancia e l’arpione sono pronti,
Il cacciatore di oche avanza con cauti e silenziosi passi,
I diaconi vengono ordinati con mani incrociate sull’altare,
La ragazza all’arcolaio si muove avanti e indietro al ritmo sibilante
della grande ruota,
Il contadino una domenica si ferma alla staccionata e guarda l’avena e
la segala
Il pazzo viene alla fine trascinato al manicomio, un caso conclamato,
Non dormirà mai più nel lettino nella stanza di sua madre;
Lo stampatore ambulante con il capo grigio e le gote smunte lavora
alla cassa tipografica,
Mastica la sua presa di tabacco, gli occhi si annebbiano sul manoscritto;
Gli arti malformati sono legati sulla tavola anatomica,
Ciò che viene rimosso cade orribilmente in un secchio;
La ragazza mulatta viene messa in vendita – l’ubriacone con la testa
ciondolante vicino alla stufa dell’osteria,
Il macchinista si rimbocca le maniche – il poliziotto fa la ronda – il
gabelliere segna tutti quelli che passano,
Il giovanotto guida il corriere postale – lo amo anche se non lo
conosco,
Il mezzosangue si allaccia gli stivaletti per prepararsi alla gara,
All’ovest il tiro al tacchino attrae vecchi e giovani – alcuni si
appoggiano al fucile, altri siedono su ceppi,
Dalla folla si allontana il tiratore scelto, fa un passo avanti, si mette in
posizione, prende la mira;
I gruppi di immigrati appena giunti riempiono la banchina o il molo,
Le teste lanose degli schiavi zappano tra le canne da zucchero, il
sorvegliante li controlla seduto in sella,
Il richiamo della tromba nella sala da ballo, i cavalieri cercano le
dame, i ballerini si inchinano l’un l’altro,
Il giovane giace sveglio in soffitta sotto il tetto di cedro, e ascolta la
pioggia melodiosa,
Il cacciatore di lupi sistema le trappole nel ruscello che va a
ingrossare lo Huron,
Il riformatore sale sulla pedana, sputacchia con la bocca e col naso,
La carovana torna dall’escursione, il negro dietro a tutti porta la
vittima ben pulita,
La squaw, avvolta nella sua veste bordata di giallo, offre a poco
prezzo mocassini e borse di perline,
L’esperto segue attentamente la mostra lungo tutta la galleria, gli
occhi socchiusi, la testa inclinata,
I mozzi legano l’ancora del vapore, la passerella viene gettata per i
passeggeri che fanno una gita sulla spiaggia,
La sorella più giovane regge in alto la matassa, la sorella più grande
l’avvolge in un gomitolo, e si ferma di quando in quando per
i nodi,
La donna sposata da un anno si sta riprendendo ed è felice, una
settimana fa ha dato alla luce il primo figlio,
La ragazza yankee dai capelli puliti lavora alla macchina da cucire, in
fabbrica o in filanda,
La donna al nono mese è in sala parto, sempre più debole e
aumentano le doglie,
L’uomo che pavimenta il selciato si appoggia sul suo attrezzo a due
manici – la matita del cronista vola veloce sul taccuino – il
pittore d’ insegne dipinge le sue lettere in rosso e oro,
Il giovane battelliere trotta sulla passerella del rimorchio – il ragioniere
fa i conti al suo scrittoio – il calzolaio passa la cera sullo spago,
Il direttore batte il tempo per la banda, e tutti i musicisti lo seguono,
Il bambino è battezzato – il convertito fa la sua prima professione di
fede,
La regata si spande nella baia – come luccicano le vele bianche!
Il mandriano guarda la sua mandria, fischia dietro agli animali che
altrimenti si perderebbero,
Il venditore ambulante suda con la merce sulle spalle, il compratore
tira sul centesimo,
La macchina e la lastra sono pronte, la signora deve sedersi per il
dagherrotipo,
La sposa liscia l’abito bianco, la lancetta dei minuti si muove
lentamente,
Il fumatore d’oppio si distende con la testa rigida e le labbra socchiuse,
La prostituta trascina lo scialle, mentre il cappellino le rimbalza su
e giù sul collo foruncoloso da alcolizzata,
La folla ride ai suoi improperi da scaricatore, gli uomini la fischiano e
ammiccano tra loro,
(Sventurata! Io non rido ai tuoi improperi e non ti schernisco);
Il Presidente convoca un consiglio di gabinetto, è circondato da Alti
Dignitari,
Sulla piazza camminano cinque matrone che si tengono
amichevolmente sotto braccio,
La ciurma del peschereccio accumula strati di halibut nella stiva,
L’uomo del Missouri attraversa le pianure, portandosi dietro beni e
mandrie,
Il bigliettaio va su e giù per il treno, e si fa annunciare dal tintinnio
delle monete,
I piastrellisti mettono in posa il pavimento – quelli sul tetto sistemano
le tegole – i muratori chiedono la malta,
In fila, ognuno con il secchio in spalla, procedono gli operai,
Nel volgere delle stagioni, l’indescrivibile folla si raduna – è il
Quattro Luglio – salve di cannoni e di fucili!
Nel volgere delle stagioni, l’aratore ara, il tagliatore d’erba taglia
l’erba, e il seme invernale cade nel terreno,
A largo, sui laghi il pescatore di lucci osserva e aspetta vicino al foro
nella superficie ghiacciata,
I ceppi stanno fitti intorno alla radura, l’abusivo mena con forza colpi
d’ascia,
Gli uomini sulle chiatte si affrettano all’imbrunire vicino ai campi di
cotone o agli alberi di mandorle,
I cacciatori di procioni attraversano le regioni del fiume Rosso, o
quelle drenate dal Tennessee o attraverso quelle dell’Arkansaw,
Le torce brillano nell’oscurità che incombe sul Chattahooche o
l’Altamahaw,
I patriarchi siedono a cena circondati da figli e nipoti e pronipoti,
Tra muretti di fango, o sotto tende di tela, riposano i cacciatori e
bracconieri dopo la giornata di lavoro,
La città dorme e la campagna dorme,
I vivi dormono il loro tempo, i morti dormono il tempo loro,
Il vecchio marito dorme accanto alla moglie, e il giovane sposo
dorme accanto alla moglie;
E questi e tutti tendono verso la mia interiorità, e io mi proietto
all’esterno verso di loro,
E, più o meno, quale che sia il loro essere, sono anch’io come loro.
Sono parte del vecchio come del giovane, dello sciocco come del
saggio,
Incurante degli altri, sempre pieno di attenzioni nei confronti degli altri,
Materno e paterno allo stesso tempo, un bambino e un uomo insieme,
Pieno di tutto ciò che è rozzo, e pieno di tutto ciò che è raffinato,
Uno della grande nazione, la nazione di molte nazioni, la più piccola
e la più grande uguali,
Tanto del sud come del nord, uomo della piantagione indifferente e
ospitale,
Uno yankee fatto a modo mio, pronto al commercio, le mie
articolazioni le più sciolte e le più salde di questo mondo,
Un uomo del Kentucky che percorre la valle dell’Elkhorn con i
gambali di pelle di daino,
Un barcaiolo sui laghi o nelle baie, o lungo le coste – un Hoosier, un
Badger, un Buckeye1
Uno della Louisiana o della Georgia, un ragazzotto dalla Virginia, dalle
colline di sabbia o dai pini,
Che si sente a casa con le racchette canadesi, o su tra le siepi, o con i
pescatori a largo di Terranova,
Che si sente a casa nella flotta dei rompi-ghiaccio, e che va a vela con
le altre navi, bordeggiando,
Che si sente a casa tra le colline del Vermont, o nei boschi del Maine,
o nel ranch del Texas,
Compagno di californiani, compagno dei liberi uomini del Nordovest,
amante delle loro grandi dimensioni,
Compagno di zatterieri e carbonai, compagno di chi ti stringe la mano
sempre pronto a bere e a mangiare,
Uno che impara dai più semplici, e insegna ai più eruditi
Un novizio alle prime armi, esperto di miriadi di stagioni,
Di ogni colore, mestiere, rango, di ogni casta e religione,
Non solo del Nuovo Mondo, ma dell’Africa, Europa, Asia – un
selvaggio giramondo,
Contadino, meccanico, artista, gentiluomo, marinaio, amante,
quacchero,
Prigioniero, ruffiano, teppista, avvocato, medico, prete.
Mi oppongo a tutto fuorché alla mia originalità
E respiro l’aria e ne lascio in abbondanza dietro di me,
E non sono presuntuoso, rimango al mio posto.
La falena e le uova di pesce sono al loro posto,
Il sole che vedo e i soli che non vedo, stanno al loro posto,
Ciò che è palpabile è al suo posto, e ciò che è impalpabile è al suo
posto.
Questi sono i pensieri di ogni uomo in ogni epoca, non iniziano con me,
Se non sono vostri tanto quanto miei, non sono nulla o quasi nulla,
Se non includono ogni cosa, sono quasi nulla
Se non sono l’enigma e lo scioglimento dell’enigma, non sono nulla,
Se non sono vicini tanto quanto sono lontani, non sono nulla.
Questa è l’erba che cresce ovunque ci sia terra e ci sia acqua
Questa è l’aria comune che bagna il globo.
Questo è il respiro delle leggi, dei canti, del comportamento,
Questa è l’acqua insapore delle anime, questo è il vero sostentamento,
È per l’analfabeta, e per i giudici della corte suprema, per il capitolo
federale e per i capitoli dei vari Stati,
È per gli encomiabili gruppi di letterati, compositori, cantanti, oratori,
ingegneri, savans,2
È per le razze infinite di lavoratori, contadini, uomini di mare.
Queste sono note di mille limpide trombe, di squillanti ottavini, di
colpi di triangoli.
Non suono una marcia soltanto per i vincitori, suono grandi marce per
le persone vinte e cadute.
Avete udito che è bello vincere?
Ma io vi dico anche che è bello cadere – le battaglie si perdono con lo
stesso spirito con cui si vincono.
Io batto trionfanti rulli di tamburo per i morti, soffio attraverso le mie
embouchures3 la mia musica più assordante e gaia per loro,
Urrà per coloro che hanno fallito! E per coloro le cui navi da guerra
sono affondate in mare! E per quegli stessi che sono affondati in mare!
E per tutti i generali che hanno perso le loro battaglie! E per tutti gli
eroi sopraffatti! E per gli innumerevoli eroi sconosciuti, pari
ai grandi eroi conosciuti!
Questo il pasto preparato con garbo, questa la carne e le bevande per
un sano appetito,
È per il malvagio e per il giusto – io mi incontro con tutti,
Non ci sarà persona che offenderò né lascerò fuori,
La mantenuta, lo sfruttatore, i ladri sono qui invitati – lo schiavo dalle
tumide labbra è invitato, il portatore di malattie veneree è
invitato,
Non ci sarà differenza tra loro e il resto.
Questa è la timida pressione di una mano, questo il fluttuare e l’odore
dei capelli,
Queste le mie labbra che toccano le tue, questo il fremito di desiderio,
Questa le profondità e le altezze estreme che riflettono il mio volto,
Questo l’assorto fondersi del mio essere, e il suo riaffiorare.
Pensi che io abbia qualche intricato obiettivo?
Ebbene, sì, – lo stesso obiettivo della pioggia d’aprile, e della mica
sul fianco di una roccia.
Pensi allora che voglia stupire?
Stupisce forse la luce del sole? O il codirosso mattutino, che fa
risuonare il suo cinguettio nel bosco?
Stupisco, dunque, più di quanto facciano loro?
In quest’ora dico cose in confidenza,
Potrei non dirle a tutti, ma le dirò a te.
Chi va là! Avido, sgarbato, mistico, nudo?
Come mai ricavo forza dalla carne che mangio?
Che cos’è un uomo, infine? Che cosa sono io? Che cosa sei tu?
Tutto ciò che segno come mio, dovresti compensarlo con ciò che è tuo,
Altrimenti perderesti tempo ad ascoltarmi.
Non piagnucolo quel piagnucolio che avvolge il mondo intero,
Che i mesi sono vacui, e la terra nient’altro che fango e immondizia,
Che la vita è una fogna e una truffa e che alla fine non rimane altro
che un velo consunto di lacrime.
Un piagnucolante, ossequioso ripiegarsi ad amministrare polverine agli
ammalati, il conformismo va a finire al quartultimo posto,
Mi metto il cappello come voglio, dentro e fuori casa.
Debbo pregare? venerare e fare tante cerimonie?
Ho scrutato diversi strati e spaccato il capello in quattro,
Ho consultato medici, calcolato al millesimo e non ho trovato nessun
grasso più dolce di quello attaccato alle mie ossa.
In tutti vedo me stesso – né di più, né un chicco d’orzo in meno,
E il bene e il male che dico di me lo dico di loro.
So di essere solido e stabile,
Gli oggetti che convergono nell’universo continuamente fluiscono
verso di me,
Sono tutti scritti per me, e devo capire ciò che lo scritto significa.
So di essere immortale,
So che questa mia orbita non può essere percorsa dal compasso di un
falegname
So che non passerò come un cerchio di fuoco tracciato nella notte da
un bambino.
So di essere augusto,
Non mi tormento lo spirito per essere apprezzato o per essere capito,
Mi accorgo che le leggi elementari non chiedono mai scusa,
Mi rendo conto che non faccio mai il passo più lungo della gamba,
dopo tutto.
Sono quel che sono, e questo è sufficiente,
E se nessun altro al mondo se ne accorge, sono contento,
E se tutti se ne accorgono sono ugualmente contento.
C’è un mondo intero che se ne accorge, e per me di gran lunga il più
grande, e questo sono io,
E se arrivo a capirmi oggi o tra diecimila o dieci milioni di anni,
Posso accettarlo allegramente ora o, altrettanto allegramente, posso
aspettare.
Il mio punto d’appoggio è cementato e mortasato nel granito,
Rido di ciò che tu chiami dissoluzione,
E conosco l’ampiezza del tempo.
Sono il poeta del corpo,
E sono il poeta dell’anima.
I piaceri del cielo mi sono vicini e le pene dell’inferno mi sono vicine,
I primi li trapianto e coltivo in me, le seconde le traduco in una nuova
lingua.
Sono il poeta della donna così come dell’uomo
E dico che è altrettanto grande essere donna che essere uomo,
E dico che non c’è niente di più grande che essere la madre di
uomini.
Canto il canto della dilatazione o dell’orgoglio,
Rinvii e disapprovazioni ne abbiamo avute abbastanza,
Dimostro che la misura è solo sviluppo.
Hai superato tutti gli altri? Sei il Presidente?
Non conta nulla – ti raggiungeranno facilmente ognuno di loro, e
andrà ancora più avanti.
Sono colui che cammina nella notte ancora tenera e che avanza,
Visito la terra e il mare, trattenuti per metà dalla notte.
Vieni più vicino notte dal seno nudo! Stringiti a me notte magnetica e
ricca di sostanze!
Notte dei venti del sud! Notte delle poche grandi stelle!
Notte immobile e ammiccante! Folle, nuda, notte d’estate!
Sorridi o terra voluttuosa dal fresco respiro!
Terra degli alberi assonnati e fluenti!
Terra del tramonto appena svanito! Terra delle montagne coronate di nebbia!
Terra del vitreo irrorare del plenilunio appena tinteggiato d’azzurro!
Terra di splendore e di tenebra a chiazze sulla corrente del fiume!
Terra del limpido grigiore di nubi che splende più luminoso e più
chiaro per me!
Terra che si stende lontano come un braccio piegato, terra ricca di
fiori di melo!
Sorridi, viene il tuo amante!
Prodiga, tu mi hai dato amore! Perciò il mio amore do a te!
Oh, appassionato ineffabile amore!
Amante che mi stringe, e che anch’io stringo forte!
Feriti entrambi come lo sposo e la sposa si feriscono entrambi.
E tu mare! Mi affido anche a te – intuisco quel che vuoi dire,
Vedo dalla spiaggia l’invito delle tue dita ricurve,
E credo che rifiuti di ritrarti prima di avermi toccato,
Dobbiamo fare un giro insieme – mi spoglio – svelto, portami lontano
dalla vista della terra,
Custodiscimi dolcemente, cullami con fluttuante torpore,
Spruzzami con spruzzi amorosi, ti posso contraccambiare.
Mare di lembi di terra che si protendono!
Mare che respira con ampi, affannati respiri!
Mare salato di vita! Mare di tombe non scavate e sempre pronte!
Scultore di ululanti tempeste! Capriccioso e delicato mare!
Sono tutt’uno con te – sono anch’io monofase, e adatto a tutte le fasi.
Partecipe di impluvio ed effluvio, celebro l’odio e la conciliazione,
Celebro amies, e coloro che dormono abbracciati.
Sono colui che attesta simpatia,
Dovrei fare l’elenco degli oggetti di casa e tralasciare la casa che li
accoglie?
Sono il poeta del buon senso, del dimostrabile e della immortalità,
E non sono solo il poeta della bontà – non rifiuto di essere anche
il poeta della cattiveria.
Lozioni e rasoio per i bellimbusti, a me lentiggini e una ispida barba.
Che cos’è tutto questo parlare di virtù e vizi?
Il male mi sospinge e la riforma del male mi sospinge – io rimango
indifferente,
Il mio non è il passo di chi critica e respinge,
Io irroro le radici di tutto ciò che è cresciuto.
Temi qualche bubbone da una incessante gravidanza?
Credi che le leggi celesti debbano ancora essere perfezionate e corrette?
Mi alzo per dire che quel che facciamo è giusto, e quel che affermiamo
è giusto, e che una parte è solo il giusto allo stato grezzo,
Ci sono testimoni, un piatto della bilancia e l’altro piatto della bilancia,
La dottrina debole giova quanto la dottrina forte,
Pensieri e azioni del presente, la nostra sveglia e punto di partenza
iniziale.
Questo minuto che mi arriva dai decilioni di minuti passati
Non c’è niente di meglio di questo minuto, adesso.
Ciò che si è comportato bene nel passato, o che si comporta bene
oggi, non è poi una gran meraviglia,
La meraviglia è, sempre e sempre, come possa esserci un uomo
cattivo e un miscredente!
Infinito svolgersi delle parole delle varie età!
E mia è la parola del moderno – una parola en masse,
Una parola della fede che non vacilla,
Un tempo buono come un altro tempo – qui o da qui in avanti fa lo
stesso per me,
Una parola di realtà, impregnata da cima a fondo di materialismo.
Urrà per la scienza positiva! Lunga vita alla dimostrazione esatta!
Cogli del sedo, mischialo al cedro e a rami di lillà,
Ecco è il lessicografo, ecco il chimico, e chi ha compilato una
grammatica delle vecchie iscrizioni,
Quei marinai hanno affidato la nave a perigliosi mari sconosciuti,
Questo è il geologo, questo lavora di scalpello, e questo è un
matematico.
Signori, vi accolgo, e vi prendo e vi stringo la mano,
I fatti sono utili e reali – non sono la mia dimora – attraverso di loro
entro in una parte della dimora.
È meno importante per me ricordare proprietà o prerogative, che
ricordare la vita,
E andare diritto a ciò che mi sta a cuore e sta a cuore agli altri,
E dare poca importanza a eunuchi ed evirati e favorire uomini e
donne con tutti gli attributi,
E suonare il gong della rivolta, e fermarmi con coloro che fuggono o
tramano e cospirano.
Walt Whitman, un americano, uno dei duri, un kosmos,
Turbolento, carnale, sensuale, che mangia che beve, che si riproduce,
Non un sentimentale, che non si erge al di sopra di uomini o donne, o
voglia stare lontano da loro – non più modesto che immodesto.
Schiodate i catenacci dalle porte!
Schiodate le porte stesse dai cardini!
Chiunque degrada qualcuno degrada anche me, e qualunque cosa
venga fatta o detta ritorna, alla fine, a me,
E qualunque cosa io faccia o dica, io anche ritorno.
Si riversa, attraverso di me, l’afflato, si riversa – attraverso di me il
flusso e la direzione della corrente.
Io dico la parola d’ordine iniziale, do il segnale della democrazia,
Per Dio! Non accetterò nulla a meno che, alle stesse condizioni, tutti
possano avere il loro tornaconto.
Attraverso di me molte voci che sono state a lungo mute,
Voci di interminabili generazioni di schiavi,
Voci di prostitute, e di persone deformi,
Voci di malati e disperati, e di ladri e di nani,
Voci di cicli di preparazione e di crescita,
E di fili che collegano le stelle, e di uteri, e di sperma paterno,
E dei diritti di coloro che altri calpestano,
Di ciò che è banale, piatto, sciocco, disprezzato,
Nebbia nell’aria, scarafaggi che rotolano palline di sterco.
Attraverso di me voci proibite,
Voci di sesso e di lussuria – voci velate, e io rimuovo il velo,
Voci indecenti, da me chiarite e trasfigurate.
Io non mi premo l’indice sulla bocca,
Io tratto delicatamente le budella come la testa o il cuore,
La copula per me ha la stessa dignità della morte.
Credo nella carne e negli appetiti,
Vedere, udire, sentire sono miracoli e ogni parte e frammento di me è
un miracolo.
Divino sono, dentro e fuori, e rendo santa ogni cosa che tocco o da
cui sono toccato,
L’odore di queste ascelle è un aroma più sottile della preghiera,
Questa testa è più delle chiese, delle bibbie, dei credo.
Se adorerò qualcosa, questa dovrà in qualche modo provenire dal mio
corpo,
Forma mia traslucida, sarai tu!
Ombrose sporgenze e recessi e solido vomere maschile, sarete voi!
Qualunque cosa mi raggiunga nel profondo, sarai tu!
Tu, sangue mio ricco! Il tuo rivolo lattiginoso, pallida spremitura
della mia vita!
Petti serrati ad altri petti, sarete voi,
O mio cervello, saranno le tue occulte circonvoluzioni!
Radice di un umido calamo, timoroso beccaccino di palude, nido di
duplici uova protette, sarete voi!
Fieno arruffato di testa, di barba e di muscoli, sarai tu!
Gocciolante linfa d’acero, fibra di maschio grano, sarai tu!
Sole così generoso, sarai tu!
Vapori che illuminano e mettono in ombra il mio viso, sarete voi!
Voi ruscelli e rugiade di sudore, sarete voi!
Venti i cui genitali gentilmente solleticanti si strofinano contro di me,
sarete voi!
Vasti campi muscolosi, rami di quercia sempreverde, amabile vagabondo
che incroci i miei percorsi tortuosi, sarete voi!
Mani che ho preso, volto che ho baciato, ogni mortale che ho mai
toccato, sarete voi!
Sono pazzo di me, ogni pezzo di me, e tutto così voluttuoso,
Ogni momento e tutto quello che accade, mi fa fremere di gioia.
Non so dire come si piegano le mie caviglie, né l’origine del mio più
flebile desiderio,
Né l’origine dell’amicizia che do, né l’origine dell’amicizia che mi
riprendo.
Salire i gradini di casa è inenarrabile, mi fermo per riflettere se sia
proprio vero,
Che io mangi e beva è già spettacolo degno di grandi autori e grandi
scuole,
Un convolvolo alla finestra mi soddisfa più della metafisica dei libri.
Guardare l’alba!
La piccola luce scolora le immense ombre diafane,
L’aria ha un buon sapore per il mio palato.
Masse del mondo che si muove roteando con balzi innocenti, che
sorgendo silenziosamente e trasudando freschezza,
Guizzano obliquamente in alto e in basso.
Qualcosa che non riesco a vedere erge protuberanze libidinose
Mari di succo abbagliante inondano il paradiso.
La terra sta insieme al cielo, il quotidiano concludersi della loro
congiunzione,
La sfida scagliata da oriente in questo momento sopra la mia testa,
L’irritante provocazione, Guarda allora se riuscirai a padroneggiarla!
Abbagliante e tremendo, il sole che sorge mi ucciderebbe
immediatamente,
Se io non riuscissi ora e sempre a sprigionare albe fuori da me.
Anche noi sorgiamo sfolgoranti e tremendi come il sole,
Ritroviamo la nostra, la mia anima, nella calma e nel fresco
dell’inizio del giorno.
La mia voce insegue ciò che gli occhi non possono raggiungere,
Con uno schiocco della mia lingua io comprendo mondi e volumi di
mondi.
Il linguaggio è gemello della mia visione, è incapace di misurare se
stesso.
Di continuo mi provoca,
Mi dice con tono sarcastico, Walt, capisci abbastanza, e perché non lo
esprimi?
Suvvia, non patirò il supplizio di Tantalo, pretendi troppo dalla parola
articolata.
Non sai come, sotto, le gemme sono chiuse?
Attendono al buio, protette dal gelo,
La terra recede davanti alle mie grida profetiche,
Io che ne sottolineo le cause, per compensarle alla fine,
Il mio conoscere le mie parti vitali, coincide con il significato delle cose,
Felicità, di cui, chiunque mi ascolta, possa, uomo o donna che sia,
mettersi sulle tracce oggi stesso.
Mi rifiuto di cederti il mio merito finale – rifiuto di allontanare da me
il meglio che sono.
Avvolgi i mondi, ma non provare mai a contenere me,
Annullo i tuoi discorsi più rumorosi con un semplice sguardo.
Scrivere e parlare non danno testimonianza di me,
Porto la testimonianza più piena, e ogni altra cosa, sul volto,
Con il silenzio delle mie labbra confondo i più incalliti dubbiosi.
Penso che per lungo tempo non farò che ascoltare,
Per far crescere dentro di me quel che ascolto, per lasciare che i suoni
mi portino il loro contributo.
Odo virtuosismi di uccelli, sussurri di grano che cresce, il
chiacchiericcio delle fiamme, scoppiettii di stecchi che
cuociono i miei pasti.
Odo i suoni che amo, suoni di voci umane,
Odo tutti i suoni mentre si intonano all’uso che hanno, suoni della
città e suoni fuori della città, suoni del giorno e della notte,
I garruli cuccioli che parlano a coloro che li amano, il recitativo dei
pescivendoli e dei fruttivendoli, la sonora risata dei lavoratori
mentre mangiano,
La base indignata dell’amicizia infranta, i deboli toni di chi è malato,
Il giudice con le mani premute sul tavolo, le sue labbra tremanti che
pronunciano una sentenza di morte,
Gli o’ issa dei marinai che scaricano navi sui moli, il ritornello di chi
tira su l’ancora,
Il suono delle campane di allarme, il grido di a fuoco, il ronzio di
motori che girano veloci e degli estintori, con scampanellii di
avvertimento e luci colorate,
I fischi dei vapori, il solido rollio del treno di carrozze che si
avvicinano,
La marcia lenta suonata di notte alla testa della congrega,
Vanno a vegliare un cadavere, l’asta delle bandiere è ricoperta di un
velo nero.
Io odo il violoncello del lamento del cuore umano,
Io odo la cornetta intonata, s’insinua veloce nell’orecchio e mi scuote
di dolce follia il ventre e il petto.
Io odo il coro, è un’opera lirica – questa sì che è musica!
Un tenore ampio e vitale come la creazione m’invade,
Il flettersi rotondo della sua bocca travasa fino a riempirmi tutto.
Io odo l’esperta soprano, mi fa sussultare come per orgasmi d’amore,
L’orchestra strappa da me ardori, che non sapevo di avere,
Mi fa ansimare con convulsioni di profondissimo orrore,
Mi fa salpare, batto leggeri i piedi nudi, lambiti dalle onde indolenti,
Sono esposto, tagliato da una tossica grandine amara,
Impregnato di morfina melensa, la mia trachea stretta in una morte
apparente,
Lasciato di nuovo per sentire l’enigma degli enigmi,
E che chiamiamo Essere.
Essere in una qualsiasi forma, e che cos’è?
Se non ci fosse niente di più sviluppato, la vongola nella sua conchiglia
insensibile sarebbe sufficiente.
La mia non è una conchiglia indifferente,
Ho intorno a me dei conduttori immediati sia che avanzi o che mi
fermi,
Captano ogni oggetto e lo conducono senza danno attraverso di me.
Io semplicemente mi agito, premo, sento con le dita, e sono felice,
Toccare con la mia persona quella di un altro è quasi il massimo che
posso fare.
È questo dunque toccare? Raggiungere con un brivido una nuova
identità,
Fiamme ed etere che mi scorrono nelle vene,
L’infida mia punta che si tende e si stipa per aiutarli,
La mia carne e il mio sangue che usano ogni fulmine per colpire ciò
che non è molto diverso da me,
Da ogni parte provocatori pruriginosi mi irrigidiscono le membra,
Spremendo dalla mammella del mio cuore il suo riluttante gocciolare,
Comportandosi verso di me in modo licenzioso, senza accettare dinieghi,
Privandomi del meglio di me, come per uno scopo,
Sbottonandomi gli abiti, trattenendomi per i nudi fianchi,
Illudendo la mia confusione con la calma della luce del sole e dei
pascoli,
Sfacciatamente facendo scivolare da parte gli altri sensi,
Che si lasciano corrompere per andar via con un tocco, e vanno e mi
sfiorano sui lati,
Nessuna considerazione, né rispetto per l’esautorarsi delle mie forze o
della mia rabbia,
Afferrando il resto del branco tutto intorno per goderseli un po’,
Tutto si allea per spingermi su un promontorio, fino all’orlo e farmi
preoccupare.
Le sentinelle abbandonano ogni altra parte di me,
Mi hanno abbandonato inerme nelle mani di un rosso predatore,
Accorrono tutti sul promontorio, per testimoniare e darsi man forte
contro di me.
Sono consegnato ai traditori!
Dico parole grosse, sono uscito di senno, io, e nessun altro, sono il
grande traditore,
Sono andato per primo al promontorio, le mie stesse mani mi ci
hanno portato.
Tu, tocco villano! Che stai facendo? Il respiro mi si stringe alla gola,
Apri i boccaporti! Sei troppo per me.
Cieco, amorevole, combattivo tocco! Tocco tranciante, incappucciato,
con i denti affilati!
Ti ha fatto soffrire tanto lasciarmi?
Separarsi, e poi l’arrivo – pagamento perenne di un prestito perenne,
Ricca pioggia gocciolante, e ricompensa ancora più ricca che verrà.
Germogli attecchiscono e si moltiplicano – stanno sul bordo del
marciapiede prolifici e vitali,
Paesaggi, protesi, mascolini, completi, dorati.
Ogni verità attende in ogni cosa,
Non affretta il proprio parto né oppone resistenza,
Non ha bisogno del forcipe del chirurgo,
L’insignificante per me è grande quanto il resto,
Che cosa è più o meno importante del toccare?
La logica o un sermone non convincono mai,
L’umidità della notte arriva più a fondo nell’anima mia.
Solo ciò che arriva a dimostrarsi a ogni uomo o donna è quel che è,
Solo ciò che nessuno smentisce è quel che è.
Un minuto e una goccia di me mi riequilibrano il cervello,
Credo che le fradice zolle diventeranno amanti e lampade,
E un compendio di compendi è la carne di un uomo o di una donna,
E un’opera somma e un florilegio è il sentimento che provano
l’uno per l’altro,
E che si dirameranno senza fine da questa lezione fino a che non
diventi onnifica,
Fino a che ognuno sarà fonte di piacere per noi e noi per loro.
Penso che un filo d’erba non sia da meno di un movimento dalle stelle,
E la formica sia altrettanto perfetta, e un granello di sabbia, e l’uovo
di una gallina,
E il rospo volante sia un chef-d’ouvre sublime,
E che la mora succosa potrebbe adornare i saloni del cielo,
E la più piccola giuntura nella mia mano possa beffarsi di qualunque
macchinario,
E la mucca che biascica a testa bassa superi qualsiasi statua,
E un topo sia un miracolo sufficiente a sbalordire un sestilione
d’infedeli,
E che io potrei tornare ogni pomeriggio della mia vita per guardare la
ragazza di campagna che mette sul fuoco il bollitore e una torta nel forno.
Ho scoperto che nel mio corpo c’è granito, carbone, muschio
filamentoso, frutta, grani, radici commestibili,
E sono tutto decorato di quadrupedi e di uccelli,
E ho preso le distanze da ciò che è dietro di me e con buone ragioni,
E posso richiamarlo di nuovo vicino a me quando voglio.
Invano accelerare o esitare,
Invano le rocce plutoniche emanano il loro antico calore verso di me
che mi avvicino,
Invano il mastodonte si rifugia sotto le sue ossa sbriciolate,
Invano oggetti stanno leghe lontani, e assumono forme variegate,
Invano l’oceano si assesta in cavità, e i grandi mostri si acquattano sul
fondo,
Invano la poiana trova dimora in cielo,
Invano il serpente scivola tra piante e tronchi,
Invano l’alce predilige i passi più nascosti della foresta,
Invano la gazza col becco a rasoio prende il vento su a nord verso il
Labrador,
Io sono altrettanto veloce, salgo fino al nido nella fessura della scogliera.
Io penso che potrei voltarmi e vivere con gli animali, sono così
placidi e autosufficienti,
Rimango a guardarli a volte anche per mezza giornata.
Non si affannano e poi si lamentano per la loro condizione,
Non rimangono svegli di notte a piangere per i loro peccati,
Non mi danno il voltastomaco mentre discutono i loro doveri nei
confronti di Dio,
Non ce n’è uno scontento, o ossessionato dalla smania del possesso,
Non ce n’è uno che s’inginocchi di fronte a un altro, né a un suo simile
vissuto migliaia di anni fa,
Non ce n’è uno rispettabile o industrioso in tutta la terra.
Così mi mostrano il loro rapporto con me e io li accetto,
Mi portano segni di me, che manifestano chiaramente di possedere.
Non so da dove hanno preso quei segni,
Io senza saperlo potrei essere passato per quella via secoli fa e averli
negligentemente lasciati cadere,
Nel mio muovermi in avanti allora, ora e sempre,
Raccogliendone e mostrandone altri, senza sosta e velocemente,
Infinito e onnigeno e simile, a loro,
Senza troppo discriminare chi somiglia a quelli che mi somigliano,
Scegliendo qui qualcuno che amo, scegliendo di andare con lui come
un fratello.
La stupenda bellezza di uno stallone, vibrante e che risponde alle mie
carezze,
Con la testa alta sulla fronte, larga tra le orecchie,
Lombi lucenti e flessuosi, la coda che spazzola la polvere,
Occhi distanti tra loro, pieni di frizzante malizia, orecchie ben tagliate
e flessibili.
Le froge si dilatano, i miei talloni lo abbracciano, i suoi arti ben costruiti
fremono di piacere, facciamo un giro veloce e ritorniamo.
Ti uso solo un momento, poi ti lascio, stallone, non ho bisogno dei/p>
tuoi passi, li supero al galoppo, perché
Io stesso, che mi alzi o stia seduto, vado più veloce di te.
Vento veloce! Spazio! Anima mia! Ora so che è vero, quello su cui/p>
scommettevo,
Quello su cui scommettevo quando oziavo sul prato,
Quello su cui scommettevo quando giacevo da solo sul letto, e ancora/p>
quando camminavo sulla spiaggia sotto le stelle che si
dileguano al mattino.
I miei legami e le mie zavorre mi lasciano – viaggio, navigo, i miei/p>
gomiti riposano sulle buche del mare,
Avvolgo le sierre, i miei palmi coprono i continenti,
Mi preparo alle mie visioni.
Accanto alle case squadrate della città, nelle capanne fatte di tronchi,
accampato con i boscaioli,
Lungo i solchi delle strade, lungo i secchi burroni e i letti dei ruscelli,
Strappando le erbacce del mio orticello di cipolle, sarchiando i solchi/p>
di carote e pastinaca, attraversando savane, seguendo i
sentieri delle foreste,
Esplorando, cercando l’oro, avvolgendo gli alberi con un nuovo
sostegno,
Ustionato, fino alle caviglie nella sabbia bollente, trascinando la mia/p>
barca lungo il fiume poco profondo,
Dove la pantera cammina avanti e indietro su un ramo sospeso,
mentre il maschio si rivolta con furia contro il cacciatore,
Dove il serpente a sonagli distende al sole la sua flaccida lunghezza su
una roccia, dove la lontra si nutre di pesci,
Dove l’alligatore con i suoi peduncoli duri dorme nella palude,
Dove l’orso bruno cerca radici o miele, dove il castoro compatta il
fango con la sua coda a paletta,
Sopra lo zucchero che cresce, sopra la pianta di cotone, sopra la bassa
e umida risaia,
Sopra le fattorie col tetto a punta, con i suoi festoni di fango e gli agili
ciuffi d’erba delle gronde,
Sopra i cachi che vengono dall’ovest, sopra le lunghe foglie del mais,
sopra i delicati fiori azzurri del lino,
Sopra il grano saraceno bianco e marrone, che mormora e ronza lì con
tutto il resto,
Sopra il verde scuro della segala che s’increspa e fa ombra nella brezza,
Scalando montagne, sollevandomi con prudenza, reggendomi su rami
bassi e scheletriti,
Camminando lungo il sentiero battuto nell’erba e battendo contro le
foglie degli arbusti,
Dove la quaglia fischia tra i boschi e i campi di grano,
Dove il pipistrello vola nelle serate di luglio, dove il grande scarabeo
d’oro cade giù attraversando il buio,
Dove la trebbiatrice batte il tempo sul pavimento del fienile,
Dove il ruscello sgorga dalle radici di un vecchio albero e scorre
verso il pascolo,
Dove stanno gli armenti e scacciano via le mosche con il tremulo
scuotersi della pelle,
Dove la pezza per fare il formaggio pende in cucina, dove le pinze da
fuoco stanno a cavallo sulla lastra del camino, dove le
ragnatele cadono in festoni dalle travi,
Dove la trivella fa fracasso, dove il torchio da stampa fa ruotare i suoi
cilindri,
Dovunque il cuore dell’uomo batte con terribili palpiti contro le costole,
Dove sempre la mongolfiera a forma di pera galleggia nell’aria,
anch’io galleggio lì dentro e guardo compostamente in giù,
Dove il carrello di soccorso viene calato col nodo scorsoio, dove il
calore fa schiudere le uova verde pallido nella sabbia ondulata,
Dove la femmina della balena nuota con i suoi piccoli e non li
abbandona mai,
Dove la nave a vapore traccia a ritroso il suo lungo gran pavese di
fumo,
Dove la pinna dello squalo taglia le acque come una scheggia nera,
Dove il brigantino mezzo bruciacchiato naviga correnti sconosciute,
Dove le conchiglie crescono sul ponte viscido, e sotto i morti si
decompongono,
Dove la bandiera a stelle e a strisce viene portata in testa ai
reggimenti,
Avvicinandosi a Manhattan, lungo tutta l’estensione dell’isola,
Sotto il Niagara, la cataratta che cade come un velo sull’espressione
del mio volto,
Sul gradino di una porta, sul blocco per salire a cavallo, fatto di duro
legno là fuori,
All’ippodromo, o sul piacere di un pranzo sull’erba o di un giro di giga,
o una bella partita di baseball,
Alle feste tra uomini, con frecciate volgari, battute, danze da
pellirossa, bevute, risate,
Alla cantina del sidro, assaggiando la dolcezza della scura bevanda,
succhiando da una cannuccia,
Riuniti per sbucciare le mele, chiedendo baci per ogni rosso frutto
che trovo,
Ai raduni, alle feste sulla spiaggia, alle riunioni tra amici, o per la
trebbiatura, o per costruire case,
Dove il mimo canta i suoi deliziosi gorgheggi, chiocchiolii, urla, pianti,
Dove l’abbondanza del fieno è stata ammucchiata in un covone
nell’aia, dove sono sparpagliati sterpi secchi, dove la mucca
da monta attende nel recinto,
Dove il toro avanza per compiere il suo lavoro di maschio, dove lo
stallone verso la puledra, dove il gallo copre la gallina,
Dove la giovenca bruca, dove le oche beccano il cibo con brevi
movimenti,
Dove le ombre del tramonto si allungano sulle illimitate e solitarie
praterie,
Dove le orde di bisonti si sparpagliano a passo lento per miglia di
terreno lontano e vicino,
Dove il colibrì luccica, dove il collo del cigno longevo si curva e
serpeggia,
Dove il gabbiano che ride vola rasentando la scogliera, e la
gabbianella ride il suo riso quasi umano,
Dove gli alveari si estendono su una panchina grigia nell’orto,
nascosti per metà dalle alte erbacce,
Dove le pernici con il collo a strisce si appollaiano in cerchio sul
terreno con le teste fuori,
Dove i carri funebri entrano nei cancelli ad arco di un cimitero,
Dove lupi in inverno latrano tra rimasugli di neve e alberi coperti di
ghiaccioli,
Dove l’airone con la cresta gialla si avvicina ai bordi della palude
durante la notte e si ciba di piccoli granchi,
Dove lo spruzzo dei nuotatori e tuffatori rinfresca il caldo meriggio,
Dove la cicala suona la sua canna cromatica sul noce sopra il pozzo,
Attraverso appezzamenti di limoni e cetrioli con le foglie striate
d’argento
Attraverso saline o distese di aranci, sotto gli abeti a forma di cono,
Attraverso la palestra, attraverso il drappeggiato salone, attraverso
l’ufficio o l’aula pubblica,
Contento dei nativi, contento dello straniero, contento del nuovo e del
vecchio,
Contento delle donne, brutte o belle che siano,
Contento della quacchera che si toglie la cuffia e parla melodiosamente,
Contento delle note del coro della chiesa imbiancata,
Contento delle parole sincere di un sudato predicatore metodista, o di
qualunque predicatore – mentre osservo serio il raduno
all’aperto,
Guardando le vetrine a Broadway tutto il pomeriggio, con il naso
schiacciato contro la spessa lastra di vetro,
Vagando quello stesso pomeriggio con il viso rivolto alle nuvole,
Col braccio destro e quello sinistro intorno alla vita di due amici e io
al centro,
Tornando a casa con il barbuto scuro boscaiolo, cavalcando dietro di
lui al calar della sera,
Lontano dagli insediamenti, studiando le impronte dei piedi degli
animali, o l’impronta dei mocassini,
Accanto alla branda dell’ospedale mentre offro acqua e limone al
paziente febbricitante,
Accanto al corpo nella bara quando tutto è immobile esaminandolo
con una candela,
Viaggiando in ogni porto per traffici e avventure,
Affrettandomi con la folla moderna, teso e incostante come tutti,
Focoso verso uno che odio pronto nella mia follia ad accoltellarlo,
Solitario a mezzanotte nel cortile sul retro di casa mia, i miei pensieri
vagano lontani,
Camminando per le vecchie colline della Giudea, con lo splendido
dio gentile al mio fianco,
Correndo attraverso lo spazio, correndo attraverso il cielo e le stelle,
Correndo attraverso i sette satelliti, e l’ampio anello, e il diametro di
centomila chilometri,
Correndo con stelle comete, gettando palle di fuoco come fanno gli altri,
Trasportando la falce di luna bambina che cresce portando la propria
madre piena in grembo,
Infuriando, gioendo, programmando, amando, ammonendo,
Arretrando e riempiendomi, apparendo e scomparendo,
Percorro queste strade giorno e notte.
Visito gli orti di sfere celesti e ne ammiro i frutti,
E guardo un quintilione maturo e guardo un quintilione verde.
Volo il volo dell’anima fluida che tutto ingoia,
La mia rotta scorre al suono degli scandagli.
Mi servo di ciò che è materiale e di ciò che è immateriale,
Nessuna guardia mi può far fuori, nessuna legge mi può prevenire.
Metto all’ancora la mia nave solo per un po’,
I miei messaggeri salpano continuamente, o tornano da me con le loro
notizie.
Vado a caccia di pellicce polari di foca, saltando i crepacci con un
bastone appuntito, appoggiandomi ai picchi fragili e azzurri.
Salgo sul trinchetto, prendo posto tardi di notte nel nido della
cornacchia, navighiamo verso il mare artico, la luce è
sufficiente e in abbondanza
Attraverso la chiara atmosfera mi distendo tutto intorno in quella
splendida bellezza,
Le enormi masse di ghiaccio mi passano accanto e io accanto a loro e
lo scenario è chiaro in tutte le direzioni,
Le montagne imbiancate si vedono in lontananza, getto le mie
fantasie verso di loro,
Ci avviciniamo a qualche grande campo di battaglia nel quale
dovremo presto impegnarci,
Superiamo i colossali avamposti degli accampamenti, passiamo con
piede fermo e con prudenza,
O entriamo attraverso i sobborghi di qualche grande città in rovina,
blocchi di una cadente architettura più che in tutte le città
vive del globo.
Sono un compagno libero, bivacco con gli invasori vicino al fuoco.
Caccio lo sposo dal letto e sto io con la sposa,
La stringo tutta notte alle mie cosce e alle labbra.
La mia è la voce della sposa, il grido alla ringhiera della scala,
Sollevano il mio corpo maschile che sgocciola annegato.
Capisco il grande cuore degli eroi,
Il coraggio del tempo presente e di tutti i tempi,
Come il capitano vide il relitto affollato, senza timone del battello a
vapore e la morte che lo rincorse su e giù nella tempesta,
Come strinse i pugni e non cedette di un metro e fu fedele per giorni e
fedele per notti,
E scrisse col gesso a grandi lettere, State allegri, non vi
abbandoneremo,
Come salvò alla fine la compagnia alla deriva,
Che aspetto avevano le donne con le gonne pesanti e grondanti quando
vennero estratte dal lato delle loro tombe già pronte,
Che aspetto avevano i silenziosi neonati con le facce da adulti, e i malati
accuditi, e gli uomini non rasati con le labbra sottili,
Tutto questo ingoio, ha un buon sapore, mi piace, diventa mio,
Io sono l’uomo, ho sofferto, ero lì.
Lo sdegno e la calma dei martiri,
La madre condannata come strega, bruciata con la legna secca e i figli
che la guardano,
Lo schiavo inseguito che arranca nella fuga, si appoggia alla
staccionata, ansimando, coperto di sudore,
Le fitte gli pungono come aghi le gambe e il collo, la grande cartuccia
assassina e i proiettili,
Tutto questo sento e sono.
Sono lo schiavo inseguito, sussulto al morso dei cani,
Inferno e disperazione sono su di me, un colpo e un altro colpo dei
tiratori scelti,
Mi aggrappo alle sbarre della staccionata, il mio sangue gocciola,
reso più sottile dalla sfilacciatura della pelle,
Cado su erbe e sassi,
I cavalieri spronano i cavalli riluttanti, si trascinano più vicino,
Scherniscono le mie orecchie stordite, mi colpiscono violentemente
sulla testa con i bastoni.
Le agonie sono uno dei miei cambi d’abito,
Non chiedo alla persona ferita come sta, sono io la persona ferita,
Il colpo diventa livido su di me mentre mi appoggio a un bastone e
osservo.
Sono il pompiere schiacciato con una costola rotta, le mura che
crollano mi hanno sepolto sotto i calcinacci,
Ho respirato calore e fumo, ho udito le grida di richiamo dei miei
compagni,
Ho udito il distante rumore metallico dei picconi e delle pale,
Hanno rimosso le travi, teneramente mi riportano alla vita.
Giaccio disteso nell’aria della notte con la camicia rossa, il silenzio
che pervade tutto è a mio vantaggio,
Dopo tutto giaccio senza dolore, esausto ma non così infelice,
Bianchi e belli sono i volti intorno a me, le teste sono scoperte senza
gli elmetti,
La folla in ginocchio scolorisce alla luce delle torce.
I lontani e i morti resuscitano,
Si mostrano come le meridiane o si muovono come le lancette di me
– sono io l’orologio.
Sono un vecchio artigliere, racconto del bombardamento del mio forte,
sono lì di nuovo.
Ancora la sveglia dei tamburi, ancora il cannone che attacca, i mortai,
gli obici,
Ancora una volta quelli sotto tiro rispondono ai cannoni,
Prendo parte, vedo e sento tutto,
Le grida, le imprecazioni, il boato, i plausi per colpi ben mirati,
L’ambulanza che passa lentamente con il suo rosso gocciolio,
Gli operai verificano i danni, e fanno riparazioni indispensabili
La caduta delle granate attraverso il tetto sfondato, l’esplosione a
ventaglio,
Il sibilo di arti, teste, pietra, legno, ferro su per aria.
Ancora gorgoglia la gola del mio generale morente che agita
furiosamente la mano,
Rantola attraverso il fumo, Non vi preoccupate di me – preoccupatevi –
delle trincee.
Non ti racconto la caduta di Alamo, nessuno è scampato alla caduta
per raccontare la caduta di Alamo,
I centocinquanta sono ancora muti ad Alamo.
Udite ora il racconto di un’alba nera come l’inchiostro,
Ascolta l’assassinio a sangue freddo di quattrocentododici giovani.
Ritirandosi si sono disposti in vuoto quadrato, trincerandosi dietro il
loro equipaggiamento,
Novecento vite dell’accerchiamento nemico nove volte più numerosi
di loro, fu il prezzo che chiesero in anticipo,
Il loro colonnello era ferito e le loro munizioni esaurite,
Trattarono per una onorevole resa, ricevendone incartamenti e sigillo,
consegnarono le armi, tornarono marciando come prigionieri
di guerra.
Erano la gloria del gruppo della polizia a cavallo,
Senza pari a cavallo, con il fucile, nel canto, a tavola, nel
corteggiamento,
Grandi e grossi, turbolenti, coraggiosi, belli, generosi, fieri, affettuosi,
Barbuti, bruciati dal sole, vestiti con i comodi abiti dei cacciatori,
Nessuno oltre i trent’anni.
Al mattino della seconda domenica furono portati fuori a squadre e
massacrati – era un bellissimo inizio d’estate,
Il lavoro cominciò intorno alle cinque e per le otto era finito.
Nessuno obbedì all’ordine d’inginocchiarsi,
Alcuni tentarono una folle inutile corsa, alcuni rimasero dritti e
inflessibili,
Alcuni caddero subito, colpiti alla testa o al cuore, vivi e morti
giacevano insieme,
I mutilati e i maciullati uccisi nel fango i nuovi arrivati li videro così,
Alcuni mezzi morti tentarono di allontanarsi strisciando,
Questi vennero finiti con le baionette, o abbattuti con i calci dei
moschetti,
Un giovane che non aveva ancora diciassette anni afferrò il suo
assassino che accorsero in due a liberare,
I tre erano tutti laceri e ricoperti dal sangue del giovane.
Alle undici cominciarono a bruciare i corpi;
Questo è il racconto dell’uccisione di quattrocentododici giovani,
E questa fu un’alba nera come l’inchiostro.
Hai letto nei libri di mare di come combattevano un tempo le fregate?
Hai letto chi ha vinto alla luce della luna e delle stelle?
Il nostro nemico non rimase rintanato nella sua nave, te lo dico io,
Aveva un bel fegato come tutti gli inglesi e più forte e autentico di lui
non c’è mai stato, non c’è e mai ci sarà,
Al cadere della sera avanzò, mitragliandoci orribilmente.
Ci accostammo; i pennoni imbrogliati, i cannoni si sfioravano,
Il mio capitano agganciò le due navi con le sue stesse mani.
Avevamo ricevuto circa diciotto libbre di colpi sott’acqua,
Sul nostro ponte inferiore due larghi pezzi erano esplosi al primo
fuoco, uccidendo tutti intorno ed esplodendo in aria.
Erano le dieci di sera, la luna piena brillava, le falle si allargavano
con cinque piedi di acqua dichiarata,
Il capitano libera i prigionieri confinati sotto coperta per dare loro una
possibilità di mettersi in salvo.
Il passaggio alle stive fu bloccato dalle sentinelle,
Vedevano tante facce che non sapevano più di chi potersi fidare.
La nostra fregata era in fiamme, l’altra chiese se ci arrendevamo, se i
nostri colori erano ammainati e la battaglia conclusa.
Io risi contento quando udii la voce del mio piccolo capitano,
Non abbiamo ammainato, gridò senza scomporsi, Abbiamo appena
cominciato la nostra parte di combattimento.
Solo tre cannoni funzionavano,
Uno fu puntato dallo stesso capitano contro l’albero maestro del nemico,
Due, ben carichi di munizioni, fecero tacere i moschetti degli
avversari e sgombrarono i ponti.
Solo i gabbieri assecondarono il fuoco di questa piccola batteria
soprattutto il gabbiere di maestra,
Tutti si comportarono bene durante la battaglia.
Non si fermarono nemmeno un momento,
Le falle raggiunsero velocemente le pompe, il fuoco avanzò verso il
magazzino delle polveri,
Una delle pompe esplose, tutti pensammo che stessimo affondando.
Il piccolo capitano restava tranquillo,
Non aveva fretta, la voce né alta né bassa,
I suoi occhi emanavano più luce delle lanterne da combattimento.
Verso mezzanotte, lì ai raggi della luna, si arresero.
La mezzanotte stava distesa e silenziosa,
Due grandi gusci immobili in braccio all’oscurità,
Il nostro vascello crivellato affondava lentamente, preparativi per
passare a quello che avevamo conquistato,
Il capitano sul ponte di comando che freddo impartiva gli ordini con
un volto bianco come un lenzuolo,
Lì accanto il cadavere del fanciullo che serviva in cabina,
Il volto morto di un vecchio lupo di mare con lunghi capelli bianchi e
baffi arricciati con cura,
Le fiamme, nonostante l’impegno, guizzavano in alto e in basso,
Le voci rauche di due o tre ufficiali ancora in forze,
Cataste di corpi, corpi isolati, schizzi di carne sull’albero maestro e
sull’alberatura,
Pezzi di cime, attrezzature ciondolanti, colpi leggeri delle placide
onde,
Cannoni neri e insensibili, pacchetti di polvere gettati via, odori
intensi,
Delicati effluvi di brezza marina, profumi di erba, di cartucce e di campi
vicini alle coste, messaggi di morti affidati ai sopravvissuti,
Il sibilo del bisturi del chirurgo, i denti voraci della sua sega,
Respiri affannosi, suoni chiocci, lo stillare del sangue che cade,
corte urla selvagge, lunghi lenti gemiti che vanno
assottigliandosi,
Così, irrimediabilmente.
Cristo! Una fitta mi afferra!
Quel che disse il ribelle aggiustandosi disinvolto il cappio alla gola
Quello che disse il selvaggio sul ceppo, con le orbite vuote e la bocca che schizzava grida di sfida,
Quel che arresta il viandante che arriva alla volta del Mount Vernon,
Quel che fa rinsavire il ragazzo di Brooklyn mentre guarda giù lungo
le scogliere del Wallabout e si ricorda delle navi da galera,
Quello che ha infiammato le gengive della giubba rossa a Saratoga
quando ha consegnato le sue brigate,
Questi diventano miei e io divento ognuno di loro ed essi sono
piccola cosa,
Divento ancor più di quel che voglio.
Io divento qui ogni presenza o verità umana,
E mi vedo in prigione sotto forma di un altro,
E sento una pena opprimente e incessante.
Per me i secondini mettono in spalla i fucili e montano di guardia,
Sono io a essere rilasciato al mattino e rinchiuso la sera.
Nessun ribelle cammina ammanettato verso la prigione, se io, a lui
ammanettato, non cammino al suo fianco,
Non sono tanto un jolly quanto una persona silenziosa con le labbra
contratte imperlate di sudore.
Nessun giovane viene arrestato per furto, se anch’io non mi alzo per
essere processato e giudicato.
Nessun malato di colera emette il suo ultimo respiro, se anch’io non
emetto il mio ultimo respiro,
Il mio volto è cinereo, i miei nervi contratti, e la gente da me si ritrae.
I mendicanti si incarnano in me, e io sono incarnato in loro,
Stendo il cappello, siedo e mi vergogno, chiedo l’elemosina.
Mi alzo estatico attraverso tutto questo, avanzo in perfetto equilibrio,
Il vorticoso, vorticoso girare, mi è congeniale.
In qualche modo ho perso i sensi. State indietro!
Date tregua alla mia testa stordita, ai sonni, ai sogni, e allo stupore,
Mi scopro sull’orlo di un mio errore abituale.
Possa io dimenticare denigratori e insulti!
Possa io dimenticare le lacrime stillanti e i colpi dei randelli e dei
martelli!
Possa io guardare con occhio distaccato la mia crocifissione e corona
di spine!
Ricordo, riassumo la frazione troppo a lungo trascurata,
La tomba nella roccia moltiplica quel che le è stato affidato, o
affidato ad altra tomba,
I corpi risorgono, le profonde ferite rimarginano, le catene rotolano via.
Io avanzo con il gruppo pieno di rinnovato vigore, come uno
qualunque di un interminabile corteo,
Procediamo per le strade dell’Ohio, Massachussetts, Virginia,
Wisconsin, Isola di Manhattan, New Orleans, Texas,
Montreal, San Francisco, Charleston, Havana, Messico,
All’interno o lungo le coste marine o le linee di confine, superando
ogni linea di confine.
I nostri ordini veloci si stanno diffondendo per tutta la terra,
I fiori che portiamo sui cappelli sono il prodotto di duemila anni.
Eleves, vi saluto!
Vedo l’avvicinarsi dei vostri innumerevoli gruppi, io vedo che vi
capite tra voi e capite me,
E sapete che chi ha occhi è divino, e che i ciechi e gli zoppi sono
anch’essi divini,
E che i miei passi si trascinano dietro ai vostri, eppure li precedono,
E sapete bene che io sto con voi non più di quanto stia con chiunque
altro.
Il selvaggio cordiale e esuberante, Chi è?
Sta aspettando la civiltà? O l’ha superata e la controlla?
È uno che viene dal Sudovest, allevato all’aria aperta? È canadese?
Viene dalle terre del Mississippi? Dall’Iowa? Oregon, California?
Dalle montagne? Dalla vita delle praterie o dei boschi? Dal mare?
Dovunque vada uomini e donne lo accettano e lo desiderano;
Desiderano piacergli, che li tocchi, parli e stia con loro.
Un comportamento senza leggi come i fiocchi di neve, parole semplici
come l’erba, capelli spettinati, risa, ingenuità,
Piedi che camminano lentamente, modi ed espressioni comuni,
Scendono in forme nuove dai polpastrelli delle sue dita,
Si propagano con l’odore del suo corpo o del suo alito, si alzano in
volo dallo sguardo dei suoi occhi.
Sole sfacciato, non ho bisogno del tuo calore, torna a coricarti!
La tua luce è solo in superficie, io forzo le superfici e anche le
profondità.
Terra! Sembri cercare qualcosa nelle mie mani,
Di’, vecchia trottola! Che vuoi?
Uomo e donna! Potrei dirvi quanto vi amo ma non posso,
E potrei dire quello che è in me, e quello che è in te, ma non posso,
E potrei dirvi i miei struggimenti, i miei palpiti di notte e di giorno.
Guarda! Non faccio sermoni né un po’ di carità,
Ciò che do lo traggo da me stesso.
Tu lì, impotente, con le ginocchia deboli, apri le tue costole avvolte in
sciarpe che io possa soffiarvi dentro un po’ di coraggio,
Apri le palme delle mani e solleva i risvolti delle tasche,
Non voglio dinieghi, io pretendo, ho magazzini pieni in abbondanza e
me ne avanza,
E tutto ciò che ho lo regalo;
Non ti chiedo chi sei, non è importante per me,
Non puoi fare o essere niente se non ciò che vorrò infondere dentro di te.
Verso chi si affatica nei campi di cotone o verso un pulitore di latrine
mi volgo – sulla sua guancia destra depongo il bacio di chi è
di famiglia,
E in cuor mio giuro che mai lo rinnegherò.
Nelle donne atte a concepire io faccio nascere bambini più grandi e
più svegli,
Oggi stesso getto il seme per repubbliche molto più ardite.
Verso chiunque sta morendo, lì accorro e giro il pomello della porta,
Tiro giù le coperte verso il fondo del letto,
E lascio che il medico e il prete se ne vadano a casa.
Afferro l’uomo in declino, lo sollevo con indomita volontà.
O uomo disperato, aggrappati al mio collo,
Per Dio! Non devi cadere! Appoggiati a me con tutte le forze.
Ti dilato col mio fiato possente, ti reggo a galla,
Ogni stanza della casa riempio di un esercito armato, sono tutti miei
amanti, che scompigliano le tombe,
Dormi! Io insieme a loro monterò di guardia tutta la notte,
Non dubitare, nessun morto oserà mettere un dito su di te,
Ti ho abbracciato, e quindi appartieni a me,
E quando ti alzi al mattino troverai che ciò che ti dico è vero.
Sono colui che porta aiuto ai malati che ansimano supini,
E agli uomini forti e retti porto un aiuto di cui hanno ancora più bisogno.
Ho udito quel che è stato detto dell’universo,
L’ho sentito tante volte ripetere per migliaia di anni;
Non c’è male, per ora, ma è tutto qui quel che c’è da dire?
Ingrossando e applicando, io vengo,
Superando fin dall’inizio i vecchi prudenti mercanti da strapazzo,
Tutto quel che offrono al genere umano e all’eternità è meno di uno
schizzo del mio liquido seminale,
Prendo io stesso le esatte dimensioni di Jahvè – facendo la litografia
di Crono, Zeus suo figlio, Ercole suo nipote – comprando
ritratti di Osiride, Iside, Baal, Brama, Budda – nel mio album
mettendo Manitù sciolto, Allah su un foglio, in un’incisione
il crocifisso – con Odino e l’orribile faccia di Mexitli, e ogni
idolo e immagine,
Prendendoli per quello che valgono, e non un centesimo di più,
Riconoscendo che sono stati vivi e che hanno svolto il lavoro del loro tempo,
Riconoscendo che hanno portato briciole, come per uccellini implumi
che ora debbono alzarsi in volo e cantare per proprio conto,
Accettando i rozzi abbozzi deifici che si realizzeranno meglio in me –
donandoli liberamente a ogni uomo o donna che vedo,
Scoprendone altrettanti, e forse più, in un costruttore che costruisce
una casa,
Dando più credito a lui, lì con le sue maniche arrotolate, che usa la
mazza e lo scalpello,
Non obbiettando a rivelazioni speciali, considerando un ricciolo di
fumo o un pelo sul dorso della mia mano altrettanto degni di
curiosità di qualsiasi altra rivelazione,
Chi sta a bordo dei carri dei pompieri e poi su ganci, scale e funi per
me non è da meno degli dèi delle antiche guerre,
Attento al suono delle loro voci attraverso lo schianto della distruzione,
I loro arti abbronzati che passano incolumi sui cannicci improvvisati,
le loro fronti bianche sane e salve fuori dalle fiamme,
Accanto alla moglie del meccanico con il figlio attaccato al seno che
intercede per ogni nato,
Tre falci al tempo del raccolto che sibilano in fila da tre angeli robusti
con le camicie rigonfie in vita,
Lo stalliere con i denti spezzati e i capelli rossi che redime i peccati
passati e a venire,
Venduto tutto ciò che possedeva, viaggia a piedi per pagare gli
avvocati per suo fratello e gli siede accanto mentre quello
viene processato per falso;
Quel che è stato seminato in spazi più ampi, che viene seminato in
una pertica quadrata intorno a me, e ora non riempie
nemmeno la pertica quadrata,
Il toro e l’insetto mai venerati abbastanza,
Sterco e sporcizia più ammirevoli di quanto si sia potuto immaginare,
Il soprannaturale che non conta nulla – io stesso aspetto il mio mo
mento per diventare uno dei supremi,
Il giorno che sta arrivando per me in cui compirò tanto bene quanto
ne fa il migliore, e sarò altrettanto prodigioso,
Sicuro che a quel punto non mi importerà molto ricevere
incoraggiamenti dal pulpito o dalla stampa;
Corbezzoli! Sarò già diventato un creatore!
Mettendomi qui e ora nel ventre in agguato delle ombre!
Un richiamo in mezzo alla folla,
La mia voce, tonda, trascinante, definitiva.
Venite figli miei,
Venite ragazzi e ragazze mie, mie donne, familiari, intimi,
Ora l’esecutore lancia il suo pezzo forte, ha ripassato il preludio sui
suoi flauti interiori.
Scritte con facilità, corde suonate con dita sciolte! Sento il vibrare del
loro climax e del finale.
La testa mi gira sul collo,
La musica scorre ma non dall’organo – la gente mi sta intorno ma non
sono miei famigliari.
Sempre il terreno duro che non cede,
Sempre quelli che mangiano e bevono, mai il sole che sorge e
tramonta, sempre l’aria e le incessanti maree,
Sempre io e i vicini, rinfrescanti, maligni, reali,
Sempre il vecchio insolubile quesito, sempre quella spina nel pollice,
quegli aliti di pruriti e di arsure,
Sempre il grido di colui che affligge! Che affligge! Fino a che
scoveremo dove si nasconde l’astuto e lo tireremo fuori;
Sempre amore, sempre il singhiozzante spirito di vita
Sempre la benda sotto il mento, sempre i catafalchi di morte.
Camminando qua e là con le monetine sugli occhi,
Per nutrire i desideri del ventre corteggiando liberamente i cervelli,
Comprando biglietti, prendendo, vendendo, ma senza andare alla festa
nemmeno una volta,
Molti sudando, zappando, facendo cose spregevoli e allora la beffa
invece del pagamento,
Alcuni posseggono pigramente e questi continuamente reclamano il
grano.
Questa è la città, e io sono uno dei cittadini,
Qualunque cosa interessa il resto interessa me – politica, mercati,
giornali, scuole, società benevole, miglioramenti, banche,
tariffe, navi a vapore, fabbriche, scorte, beni immobili, beni personali.
Quelli che perdono tempo e chiacchierano con i loro colletti inamidati
e giacche con le code, so chi sono – non sono vermi o
mosche,
Riconosco i cloni di me stesso – i più deboli e vuoti sono per me
immortali,
Ciò che faccio e dico serve anche loro;
Ogni pensiero che si agita in me si agita anche in loro.
Conosco perfettamente il mio egotismo,
Conosco le mie parole onnivore, e non posso dire niente di meno,
E chiunque tu sia vorrei afferrarti e farti volar via con me.
Le mie sono parole che interrogano e servono a indicare la realtà;
Questo libro stampato e rilegato – ma lo stampatore, e il ragazzo della
stamperia?
La condizione e anche i beni del matrimonio – ma il corpo e la mente
dello sposo? e anche quello della sposa?
La vista sul mare – ma il mare medesimo?
Le fotografie ben fatte – ma tua moglie o la persona amica stretta e
ben salda tra le tue braccia?
La flotta delle navi di linea e tutte le moderne migliorie – ma l’abilità
e il coraggio dell’ammiraglio?
I piatti, il prezzo, l’arredamento – ma l’oste e l’ostessa e lo sguardo
che emana dai loro occhi?
Il cielo lassù – ma qui o nella casa vicina, o al di là della strada?
I santi e i saggi della storia – ma tu?
Sermoni, credenze, teologia – ma il cervello umano, e ciò che
chiamiamo ragione, e ciò che chiamiamo amore, e che
chiamiamo vita?
Non vi disprezzo preti,
La mia è la più grande e la più piccola delle fedi,
Che racchiude tutti i culti antichi e moderni, e tutti quelli a metà tra
antichi e moderni,
Che crede che tornerò su questa terra tra cinquemila anni,
Che aspetta risposte dagli oracoli, onorando gli dèi, salutando il sole,
Che fa un feticcio della prima roccia o del primo ceppo, facendo un
powow con i bastoni nel cerchio dell’obis,
Che aiuta il lama o il bramino mentre ornano le lampade degli idoli,
Che danza ancora nelle strade seguendo una processione fallica –
rapito e austero nei boschi, un ginnosofista,
Che beve idromele da un cranio, ammiratore di shasta e veda
interessato al corano,
Che cammina per il teokallis, macchiato del sangue della pietra o del
coltello, suonando il tamburo di pelle di serpente,
Che accetta i vangeli, accettando lui che è stato crocifisso, sapendo
per certo che è divino,
A messa m’inginocchio, alla preghiera del puritano mi alzo, siedo
pazientemente in un banco,
Parlando in modo esaltato e schiumando nei miei momenti di crisi,
aspettando come morto fino a che il mio spirito mi risvegli,
Guardando avanti sul selciato e sulla terra, e oltre il selciato e la terra,
Facendo parte di chi percorre i gradini del circuito del circuiti.
Uno di questi gruppi centripeti e centrifughi, io mi giro e parlo come
un uomo che lascia disposizioni prima di partire per un viaggio.
Voi pieni di dubbi, giù di corda, tardi ed esclusi,
Frivoli, accigliati, depressi, arrabbiati, afflitti, scoraggiati, ateisti,
Conosco ognuno di voi, conosco i muti interrogatori,
Per esperienza li conosco.
Come schizzano le code delle balene!
Come si contorcono, veloci come lampi, con spasmi e getti di sangue!
Rassegnatevi, maledetti dubbiosi e cupi musoni,
Prendo il mio posto in mezzo a voi come in mezzo a chiunque altro,
Il passato è la spinta per te, me, tutti, precisamente la stessa,
Giorno e notte sono per te, me, tutti,
E ciò che ancora non è stato provato e viene dopo è per te, me, tutti,
precisamente allo stesso modo.
Io non so che cosa non è stato ancora provato e viene dopo,
Ma so che è sicuro, vivo, sufficiente.
Chiunque passi viene considerato, chiunque si fermi viene
considerato, nessuno può non farcela.
Non può non farcela il giovane che è morto ed è stato sepolto,
Né la giovane donna che è morta ed è stata messa al suo fianco,
Né il piccolo che si è affacciato alla porta, e si è tirato indietro e non
si è visto mai più,
Né il vecchio che è vissuto senza uno scopo, e se ne rende conto con
un’amarezza peggiore del fiele,
Né chi nell’ospizio dei poveri è rovinato dal rum e dalle cattive
abitudini,
Né tutti quelli che sono stati massacrati e distrutti, né il bestiale kobu
chiamato spazzatura dell’umanità,
Né quei sacchi che galleggiano con le bocche aperte solo perché gli si
getti dentro del cibo,
Né nessuna cosa sulla terra o giù nelle più vecchie tombe della terra,
Né nulla nelle miriadi di sfere, né nessuno delle miriadi di miriadi che
le abitano,
Né il presente, né il minimo fuscello che si conosca.
È tempo che mi spieghi – alziamoci in piedi.
Ciò che si conosce lo strappo via, lancio tutti gli uomini e le donne in
avanti con me dentro l’ignoto.
L’orologio indica il momento, ma che cosa indica l’eternità?
L’eternità sta in contenitori senza fondo, i suoi secchi salgono su
continuamente,
Versano, versano e svaporano.
Abbiamo fin’ora esaurito trilioni d’inverni e di estati,
Ce ne sono trilioni che devono ancora venire, e ancora trilioni davanti a
quelli.
Le nascite ci hanno portato ricchezza e varietà,
E altre nascite ci porteranno ricchezza e varietà.
Non dico che uno è più grande e uno più piccolo,
Ciò che occupa un periodo e un luogo è uguale a qualunque altro.
Il pensiero umano è stato assassino o geloso nei tuoi confronti,
fratello, sorella mia?
Mi dispiace per te, non sono assassini o gelosi nei miei confronti,
Tutti sono stati gentili con me, non tengo conto dei lamenti;
Che me ne faccio dei lamenti?
Io sono il culmine delle cose realizzate, e sono il contenitore di quelle
che devono venire.
I miei piedi colpiscono un apice degli apici delle scale,
Su ogni gradino grappoli di età e grappoli ancora più grandi tra un
gradino e l’altro,
I gradini inferiori debitamente percorsi e io salgo e salgo ancora.
Man mano che salgo si inchinano i fantasmi dietro di me,
Molto più in basso vedo il grande primo Niente, so di essere stato
anche là,
Ho aspettato senza essere visto e sempre, e ho dormito tra le nebbie
del letargo,
E mi sono preso il mio tempo e non sono stato ferito dal fetido carbonio.
A lungo sono stato stretto in un abbraccio – a lungo, a lungo.
Immensi sono stati i preparativi per me,
Fedeli e amichevoli le braccia che mi hanno aiutato.
Stagioni hanno traghettato la mia culla remando e remando come
allegri barcaioli,
Per farmi spazio le stelle si sono fatte da parte nelle loro orbite,
Hanno mandato i loro influssi a prendersi cura di ciò che doveva
reggermi.
Prima di nascere da mia madre generazioni mi hanno guidato,
Il mio embrione non è mai stato intorpidito, niente avrebbe potuto
soffocarlo,
Per lui una nebulosa si è compattata in un’orbita, le lunghe, lente
falde si sono sovrapposte per sostenerlo, enormi vegetali
lo hanno nutrito,
Mostruosi dinosauri lo hanno portato in bocca e depositato con cura.
Ogni forza è stata impiegata assiduamente per completarmi e dilettarmi,
Ora sto con la mia anima in questo punto.
Spanna di gioventù! Elasticità sempre tesa! Età adulta, equilibrata,
florida, piena!
I miei amori mi soffocano!
Si affollano sulle mie labbra, fitti nei pori della mia pelle,
Mi spingono per le strade e nei luoghi pubblici, di notte vengono da
me, nudi,
Gridando di giorno Ohe! Dalle rocce del fiume oscillando e
cinguettando sulla mia testa
Chiamandomi per nome dalle aiuole, vigne, intricati cespugli,
O mentre nuoto facendo il bagno o bevo dalla fontanella all’angolo o
mentre scende il sipario all’opera, o lancio un’occhiata al volto
di una donna sul vagone di un treno,
Illuminando ogni momento della mia vita,
Sbaciucchiano il mio corpo con soffici baci fragranti,
Riversando senza far rumore, a piene mani dai loro cuori per
riempirne il mio.
Età avanzata che si erge superbamente! Grazia ineffabile dei giorni
che vanno morendo!
Ogni condizione promulga non solo se stessa, sparge ciò che cresce
dopo di sé e da sé,
E gli oscuri silenzi evocano tanto quanto tutto il resto.
Apro di notte il mio relitto e vedo i sistemi spruzzati lontano,
E tutto ciò che vedo moltiplicato per la cifra più alta che posso
immaginare, arriva solo al limite dei sistemi più remoti.
Si allargano, si allargano, spandendosi senza sosta,
Fuori, fuori, sempre più fuori.
Il mio sole ha il suo sole che obbediente gli ruota intorno,
Esso si unisce con i suoi compagni a un gruppo di superni circuiti,
E segue un gruppo più grande che riduce in schegge i più grandi fra
loro.
Non c’è discontinuità e mai ci potrà essere,
Se io, tu, i mondi, ogni cosa sopra o sotto la superficie, ogni vita
palpabile, fossimo in questo momento ricondotti a un pallido
galleggiare, alla lunga non servirebbe a nulla,
Certamente arriveremo ancora dove ci troviamo ora,
E certamente ancora andremo molto più lontano, e poi più lontano, e
più lontano ancora.
Alcuni quadrilioni di ere, alcuni ottilioni di leghe al cubo, non
minacciano l’arco del tempo, né lo rendono impaziente,
Non sono che parti, ogni cosa è solo una parte.
Guarda lontano quanto vuoi c’è uno spazio senza limiti al di fuori di
questo,
Conta fin che vuoi, c’è un tempo senza limiti intorno a questo.
Il mio rendez-vous è stato fissato,
Il Signore sarà lì e aspetterà che io arrivi al momento giusto,
So di avere la meglio su tempo e spazio, non sono mai stato misurato,
e mai sarò misurato.
Percorro a piedi un viaggio perpetuo,
Le mie insegne sono un cappotto impermeabile, buone scarpe e un
bastone tagliato nei boschi,
Nessun amico si siede comodamente sulla mia poltrona,
Non ho poltrone, né chiese né filosofie,
Non conduco nessuno al tavolo da pranzo, in biblioteca, in Borsa,
Ma ognuno di voi, uomini e donne, conduco su un poggio,
Con la mano sinistra ti cingo la vita, e con la destra indico paesaggi e
continenti, e una semplice strada statale.
Né io, né nessun altro può percorrerla al posto tuo,
Devi percorrerla da solo.
Non è lontana, è a portata di mano,
Forse sei stato lì da quando sei nato, senza saperlo,
Forse la trovi dovunque per mare e per terra.
Metti il sacco in spalla, io il mio, e andiamo,
Splendide città e nazioni libere raggiungeremo nel nostro cammino.
Se sei stanco dammi i due sacchi e posami la mano morbida sul
fianco,
E al momento giusto mi ripagherai il favore,
Perché una volta partiti non ci fermeremo più.
Oggi prima dell’alba sono salito su un colle e ho guardato il cielo
affollato,
E ho detto al mio spirito, Quando avremo abbracciato quelle orbite e
il piacere e la conoscenza di ogni cosa in esse, saremo pieni e
soddisfatti, allora?
E il mio spirito mi ha detto, No, spianeremo quel limite per passare e
proseguire oltre.
Anche tu mi stai facendo domande, e io ti ascolto,
Rispondo di non saper rispondere, devi scoprirlo da solo.
Siedi per un po’, viandante,
Ecco dei pani da mangiare e del latte da bere,
Ma appena avrai dormito e indossato abiti puliti, certamente ti darò
un bacio d’addio e ti aprirò il cancello perché tu esca da lì.
Hai sognato abbastanza a lungo spregevoli sogni,
Ora ti lavo il fango dagli occhi,
Ti devi abituare al fulgore della luce, e di ogni momento della tua
vita.
Per troppo tempo hai arrancato timidamente nell’acqua reggendoti a
una tavola lungo la scogliera,
Ora voglio che tu sia un nuotatore audace,
Che ti spinga in mezzo al mare, riemerga, mi faccia un cenno, gridi e
corra ridendo con i capelli al vento.
Sono il maestro degli atleti,
Chi accanto a me, mostra un torace più ampio del mio, conferma la
larghezza del mio,
Fa onore al mio stile colui che impara da me a annientare il maestro.
Il ragazzo che amo, proprio lui diventa uomo, non di riflesso, ma per
un suo proprio diritto,
Malvagio, piuttosto che virtuoso per paura del conformismo,
Tenero con l’innamorata, capace di gustare una bistecca,
L’amore non corrisposto o un’offesa lo lacerano più di una ferita da
taglio,
Bravissimo a cavalcare, combattere, centrare un bersaglio, navigare su
uno scafo, cantare una canzone, o suonare il banjo,
Preferisce cicatrici o volti segnati dal vaiolo agli sbarbati e a quelli
che si riparano dal sole.
Insegno ad allontanarsi da me, eppure chi può tenersi lontano da me?
Ti seguo, chiunque tu sia, da questo momento,
Le mie parole ti solleticheranno le orecchie fino a che le capirai.
Non dico queste cose per un dollaro, o per passare il tempo mentre
aspetto il battello,
Sei tu che parli tanto quanto me, io ti faccio da lingua,
Era legata nella tua bocca, nella mia comincia a sciogliersi.
Giuro che non parlerò mai più d’amore o di morte in una casa,
E giuro che non tradurrò mai me stesso, se non a colui o a colei che
sta da solo con me all’aria aperta.
Se mi vuoi capire, vai sulle scogliere o sulla riva,
Il moscerino che passa è già una spiegazione, e una goccia o un
movimento di onde, una chiave,
Il maglio, il remo, la sega a mano assecondano le mie parole.
Nessuna stanza sbarrata o scuola può andare d’accordo con me,
Ma furfanti e bambini più di loro.
Il giovane meccanico mi è più vicino, mi conosce abbastanza bene,
Il tagliaboschi che prende l’ascia e la brocca mi porta con sé tutto il
giorno,
Il giovane contadino che zappa il terreno si rallegra al suono della
mia voce,
Sui vascelli che navigano, navigano le mie parole – vado con
pescatori e uomini di mare e li amo,
Il mio viso si strofina contro il viso del cacciatore quando si stende
da solo sotto la sua coperta,
Il vetturino pensando a me non fa più caso al sobbalzo della
carrozza,
La giovane madre e la vecchia madre mi comprendono,
La ragazza e la donna sposata poggiano l’ago e per un attimo non
sanno più dove sono,
E con tutti gli altri vorrebbero riassumere quel che ho detto loro.
Ho detto che l’anima non è più del corpo,
E ho detto che il corpo non è più dell’anima,
E niente, Dio neppure, è per qualcuno più grande del proprio io,
E chiunque cammina anche per pochi passi senza compassione,
cammina al proprio funerale, avvolto nel suo sudario,
E io e te senza un centesimo in tasca, possiamo comprare tutto il
meglio che c’è al mondo,
E dare un’occhiata o mostrare un fagiolo nel suo baccello, confonde il
sapere di di tutti i tempi
E non c’è commercio o impiego in cui il giovane che lo esercita non
possa diventare un eroe,
E non c’è oggetto tanto morbido che non possa fare da mozzo alla
ruota
E ogni uomo o donna starà impassibile e accigliato davanti a un
milione di universi.
E io dico al genere umano, non essere curioso di Dio,
Perché io che sono curioso di tutto, non sono curioso di Dio,
Nessun elenco di termini può dire quanto io sia in pace nei confronti
di Dio e della morte.
Ascolto e vedo Dio in ogni oggetto, eppure non capisco Dio neppure
un po’,
Né capisco chi possa essere più meraviglioso di me.
Perché dovrei desiderare di vedere Dio meglio di quanto lo veda oggi?
Vedo qualcosa di Dio ogni ora delle ventiquattro e ogni minuto di quell’ora,
Nei volti di uomini e donne vedo Dio, e nel mio stesso volto allo
specchio,
Trovo lettere lasciate cadere per strada da Dio e ognuna è firmata col
nome di Dio,
E le lascio dove sono, perché so che puntualmente ne arriveranno
altre sempre e per sempre.
E quanto a te, morte, e te, amaro abbraccio di mortalità, è inutile che
proviate a spaventarmi.
Al suo lavoro, senza indietreggiare l’accoucheur4 arriva,
Vedo l’anziana mano, che preme, riceve, sostiene,
Mi piego verso le soglie delle porte squisitamente flessibili, osservo
l’uscita, osservo il sollievo e la fuoriuscita.
E quanto a te, cadavere, penso che sei un buon concime, ma questo
non mi offende,
Odoro le candide rose che emanano un dolce profumo e crescono,
Raggiungo le labbra a forma di foglie, raggiungo i seni levigati dei
meloni.
E quanto a te, vita, so che sei ciò che vive di molte morti,
Senza dubbio sono già morto io stesso diecimila volte.
Vi odo bisbigliare lassù stelle del cielo,
O soli, o erba delle tombe, o perpetui progressi e sviluppi, se voi non
dite niente come posso dire qualcosa io?
Della torbida pozzanghera che si stende nella foresta autunnale,
Della luna che discende i pendii del sospirante crepuscolo,
Guizzate scintille del giorno e del crepuscolo! Guizzate nei gambi
neri che marciscono nel letame!
Guizzate nel gemente borbottio dei rami secchi!
Vengo su dalla luna, vengo su dalla notte,
E scorgo il bagliore spettrale dei raggi riflessi,
E sfocio nel fisso e centrale dal germoglio piccolo o grande.
C’è questo in me – non so cosa sia – ma so che è in me.
Contratto e sudato, poi calmo e disteso diventa il mio corpo,
Dormo – dormo a lungo.
Non so – è senza nome – è una parola non detta,
Non è in nessun dizionario, espressione o simbolo.
Qualcosa su cui oscilla, più grande della terra su cui oscillo io,
Gli è amica la creazione che abbracciandomi mi sveglia.
Forse dovrò dire di più. Tracce! Supplico per i miei fratelli e
sorelle.
Vedete, fratelli e sorelle mie?
Non si tratta di caos o di morte – è forma, unione, programma – è vita
eterna – è felicità.
Il passato e il presente avvizziscono – li ho riempiti, li ho svuotati,
E procedo a colmare la mia prossima piega del futuro.
Tu che ascolti làssu! Tu qui! Cosa devi confidarmi?
Guardami in faccia mentre fiuto la furtiva venuta della sera,
Parla onestamente, nessun altro ti ascolta, e io rimango solo un
minuto di più.
Mi contraddico?
Molto bene, allora, mi contraddico,
Sono largo, contengo moltitudini.
Mi concentro su chi mi è vicino, aspetto sulla soglia della porta.
Chi ha compiuto la sua giornata di lavoro? Chi ancora prima avrà
finito la cena?
Chi vuole camminare con me?
Parlerai prima che me ne vada? O quando sarà troppo tardi?
Il falco picchiettato mi vola accanto e mi accusa – si lamenta delle
mie chiacchiere e del mio perdere tempo.
Neanch’io sono domato, neanche un po’ – anch’io sono intraducibile,
Emetto il mio barbarico urlo sopra i tetti del mondo.
Si trattiene per me l’ultimo guizzo del giorno,
Dopo le altre scaglia la mia sembianza, altrettanto fedele sugli
ombrosi deserti,
Alla bruma e al crepuscolo mi attrae.
Volo come l’aria, scuoto i miei riccioli bianchi al sole che fugge,
Effondo il mio lampo in vortici, e lo sospingo in balze frastagliate.
Lascio in eredità me stesso alla terra, per ricrescere dall’erba che
amo,
Se ancora mi vuoi cercami sotto la suola delle scarpe.
Capirai a stento chi sono e cosa voglio dire,
Ma comunque ti porterò salute,
E filtrandolo darò sostanza al tuo sangue.
Se non riesci ad afferrarmi subito, non ti scoraggiare,
Se non mi trovi in un posto, cercami in un altro,
Io da qualche parte mi fermo ad aspettare te.
1Nell’ordine, un abitante dell’Indiana, del Wisconsin, dell’Ohio.
2Dal francese: sapienti.
3Dal francese: l’imboccatura di uno strumento musicale a fiato.
4Dal francese: ostetrico.